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10 febbraio, il Giorno del Ricordo. La notte in cui crescono le unghie.

di Roberto Silvestri

Chi si è svegliato la mattina del 4 settembre del 476 o del 14 ottobre 1492 non si è certamente reso conto di essere entrato in un nuovo evo e si è alzato, come ogni mattina, per fare il suo lavoro.

Lui non lo sapeva ma quella data è diventate storia. Segna, per convenzione, il passaggio dall’età antica al medioevo o da questo all’età moderna. Sono snodi della storia, linee di separazione tra un prima e un dopo; separano fasi storiche con caratteristiche differenti dalle precedenti.

È un po’ come quando un giorno, lavandoti le mani, guardi le unghie: “Non devo ancora tagliarle.” e pochi giorni dopo scopri lunghi artigli sulla punta delle dita. Potremmo anche decretare quale è stata la notte in cui le unghie sono cresciute, saremmo però consapevoli che la crescita è stata graduale e costante.

La storia, come la natura e come le unghie, non si muove per balzi, è un lento e continuo progredire, un prima che lentamente si trasfigura in un dopo diverso ma in cui resta ancora evidente la traccia di ciò che fu.

E sempre le ritroviamo queste tracce se guardiamo in profondità. Quelle di un passato prossimo ci appaiono evidenti, ben più nascoste, invece, quelle antiche.

Noi siamo però una società che ha rinunciato ad affrontare la complessità, nella scienza come nella nostra reale vita quotidiana, e queste tracce non le cerchiamo più, ci limitiamo a sguardi superficiali. Ma su quel poco che vediamo costruiamo solide convinzioni.

Se questa nostra visione limitata entra nel campo della storia e su questa si innesta la politica, le valutazioni che di traggono possono diventare pericolose.

È il caso del Giorno del Ricordo, la notte in cui crescono le unghie.

Il giorno delle unghie corte.

31 luglio 1942 Soldati italiani fucilano cinque abitanti del villaggio di Dane in Slovenia © Museo storico di Lubiana

Siamo nel 1941. Solo due anni prima dell’inizio della tragedia delle foibe, l’Italia fascista e la Germania nazista invasero la neutrale Jugoslavia. Una parte dei territori fu annessa all’Italia che lo governò con il pugno di ferro e commise atrocità e veri e propri crimini di guerra. Case incendiate, interi villaggi rasi al suolo, fucilazioni di civili, rappresaglie. Questo il segno dell’occupazione fascista in quei territori. Furono fucilati 900 partigiani e oltre 5mila civili, alcuni bruciati vivi. In 7mila, soprattutto anziani, donne e bambini, morirono di fame e di freddo nei campi di concentramento, dove furono rinchiusi in 33mila.

E poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta. (Bibbia, Osea 8,7)

La notte in cui crescono le unghie.

Il recupero dei corpi da una foiba

 Al risveglio del mattino scopriamo che mancano all’appello tra 3mila e 5mila persone, morte sul confine orientale. La tragedia ha inizio nel 1943, nel pieno della guerra, quando gli jugoslavi ripresero il controllo della regione, liberata dall’occupazione nazifascista. Per fare giustizia dei crimini furono istruiti processi sommari che decretarono la condanna a morte non solo per fascisti e collaborazionisti ma colpirono anche persone innocenti. I loro corpi furono gettati nelle foibe, un migliaio sono i cadaveri esumati. La maggioranza dei morti perì di stenti nei campi di prigionia jugoslavi o durante la deportazione.

Dopo la fine della guerra e nei dodici anni successivi ci fu l’esodo di 300mila persone che lasciarono la regione per rifugiarsi in Italia.

La pietà non conta i numeri, però non può dimenticare.

Nel 1943, dopo processi sommari, circa 200 persone vengono gettate nella foiba di Pisino. Un mese dopo nazisti e fascisti rioccupano l’intera Istria e in meno di sette giorni uccidono 2.500 persone.  

Se la pietà non conta i numeri, perché parlarne?

Ogni anno, nel giorno del ricordo si assiste a un indecoroso sciacallaggio, la strumentalizzazione di questa tragedia fatta da una parte politica. E guarda caso quella parte che mai ha tagliato il suo legame con il fascismo, che è stato all’origine della tragedia.

Quella parte che Mussolini ha fatto tante cose buone.

Quella parte secondo cui dovremmo ripristinare la legge del taglione, la parte che invoca il diritto alla giustizia fai da te, la parte che chiede la pena di morte.

Gente di poca memoria, senza costanza di giudizio né coerenza

Ci ricorda Gianfranco Pagliarulo, il presidente nazionale dell’ANPI: Oggi non si parla dei delitti del fascismo di confine, che rappresentò per molti aspetti il cruento avvio del ventennio e proseguì a lungo avvelenando la terra di confine. […]

La tecnica di queste forme di revisionismo consiste prevalentemente nell’isolare la singola vicenda o il singolo episodio al di fuori del suo contesto e delle sue cause, o nell’omettere consapevolmente e colpevolmente qualsiasi riferimento ai crimini del fascismo o addirittura nel negare legittimità morale, oltre che culturale, a chiunque intenda approfondire la dinamica e il contesto di tali crimini, ovvero, nella migliore delle ipotesi, a mettere sullo stesso piano ogni episodio di violenza, al fine di dimostrare la tesi per cui tutti colpevoli, nessun colpevole.»

Il riconoscere che il fascismo è stato la causa del male non esclude, anzi rafforza, il sentimento di pietà per i morti delle foibe, una pietà non strumentale, non sporcata da secondi fini.

Non toglie la ferma condanna per l’uccisione di persone innocenti, non assolve né giustifica gli assassini, nemmeno quelli che agirono per vendicare torti ben più gravi che furono fatti a loro. Noi siamo contro la pena di morte.

Onoriamo le vittime delle foibe. A Melegnano il sindaco ha intitolato a loro un parco, a lui chiedo di dedicare il parco del Castello alle vittime del fascismo.

 

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