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25 Aprile: Pace e Libertà

di Roberto Silvestri

 Pace e Libertà sono state la spinta ideale che ha portato uomini e donne a combattere, armi in pugno, contro il nazifascismo.

Il 25 Aprile la pace e la libertà furono conquistate dalla Resistenza. C’era però un’Italia da ricostruire e molte diseguaglianze da colmare. Quindi, altre parole, più materiali, si sono aggiunte a questa lista ideale: Pane e Lavoro.

Altri progressi furono fatti anche su questi fronti grazie alle lotte per ottenere maggiori diritti, salari equi, dignità del lavoro. Poi, piano piano, dagli anni Ottanta, c’è stato un progressivo arretramento, uno smantellamento delle conquiste sociali. Oggi le condizioni di lavoro hanno scarsissime tutele, i salari spesso non garantiscono la sopravvivenza, i giovani sono costretti a lavorare, se va bene, con paghe da fame. E c’è sempre qualche …solone che li accusa per la loro insana pretesa di ricevere un equo compenso per il loro lavoro.

Ci restano la pace e la libertà. Ma siamo sicuri?

Pace e Libertà sono nobili parole dai molti risvolti. Si nutrono di valori diversi, senza i quali non potrebbero esistere: rispetto, diritti, dignità, comprensione e molti altri ancora.

Abbiamo iniziato ad accorgerci che la libertà conquistata dalla lotta partigiana si era un po’ ammaccata. Diritti negati, giustizia a volte distratta e ingiustizie sempre molto attente…

Alla libertà è mancato, a volte, il nutrimento, quella linfa che le consente di mostrarsi nello sfolgorio della sua bellezza.

E anche la pace si è appannata. La abbiamo sempre osservata con sguardo miope. Le numerose guerre, scoppiate distanti da noi, ci hanno visti distratti, quasi che i morti lontano dall’uscio di casa siano meno morti. In realtà anche quelli sull’uscio di casa non ci hanno turbato troppo, basti pensare a quanto è successo nella ex Jugoslavia.

In qualche guerra ci siamo anche coinvolti, ma abbiamo saputo inventare aggettivi o perifrasi che ci rendessero meno ostile la parola: guerre umanitarie, missioni di pace, esportazioni di democrazia. Un po’ quello che Putin fa oggi, operazione militare speciale in Ucraina, con la sola, importante, differenza che da noi se si diceva di guerra nessuno andava in galera.

Il presidente Mattarella, nel discorso in cui ha condannato l’invasione russa in Ucraina, ha utilizzato una parola che non si sentiva più da molti anni: imperialismo, l’ambizione di qualcuno di guidare il mondo. La mia generazione la pronunciava spesso, schierandosi pro o contro l’imperialismo americano o quello russo. Poi la parola è diventata desueta.

Con la caduta del muro di Berlino sembrava fosse finita la politica dei due blocchi imperiali. Era l’occasione per costruire un mondo di pace, iniziare a pensare che la coesistenza e convivenza pacifica poco bisogno avevano delle armi. Ma questo i nostri governanti non riescono proprio ad immaginarlo.

Vivono nella convinzione che si vis pacem para bellum, un motto di duemila anni fa che in duemila anni ha creato carneficine infinite. E non basta la dotta citazione latina per garantirne la veridicità, la saggezza degli antichi si è spesso rivelata fallace. Questa frase ci spinge verso il classico atteggiamento del bullo: devo essere più forte di te per poterti sopraffare. D’altronde, si sa, i Romani un po’ bulli lo erano davvero.

La ricerca della clava più grossa, la ricerca di armi sempre più potenti, una spirale senza fine; se tu hai un temperino io devo avere un coltello, tu allora passi all’ascia… e così via. È la via americana alla sicurezza, oneste persone e delinquenti fanno a gara a chi ha armi più micidiali e a chi le usa per primo. Il far west, rivendicato dalla destra e dai populisti nostrana, diventa politica degli stati.

Inoltre, le armi, quando ci sono, prima o poi bisogna usarle altrimenti le aziende che le producono dovranno chiudere e non faranno più utili.

I vincitori della Guerra Fredda, invece di seminare la pace hanno cercato di aumentare la propria influenza a spese dell’impero caduto. Hanno fatto i bulli.

Una cosa importante, insieme a molte altre, che l’ANPI ci insegna è praticare la memoria, che non vuol solo dire ricordare le stragi nazifasciste e commemorare i martiri della Libertà, ma guardare il mondo con gli occhi della storia.

Ci siamo dimenticato dell’origine della Seconda Guerra Mondiale, con la Germania piegata dalle pesanti sanzioni inflitte dai vincitori che, con un perverso guizzo di orgoglio, ha deciso di riprendersi lo spazio che era stato tolto?

Ebbene, lo hanno rifatto ancora.

Scrive von Clausewitz, generale e teorico militare: La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico ma un vero strumento della politica.

Dopo la caduta del muro c’è stato un periodo in cui la politica ha cercato di riprendere il sopravvento, poi il desiderio americano di espandere la propria area di influenza politica, economica e militare ha dato origine al pericoloso e malvagio revanscismo russo.

Uno scenario preoccupante, su cui si affacciano altri nuovi attori che fino ad oggi sono stati molto, forse troppo, osservatori silenziosi; sono gli altri quattro Paesi che, con la Russia, formano il blocco del BRICS. Brasile, India, Cina e Sudafrica. Interessi diversi da quelli americani che si scontrano, per il momento, con correttezza e misura, ma pur sempre interesse contrapposti.

Cosa ci potrà riservare il futuro?

Dobbiamo cambiare, smettere la corsa agli armamenti e iniziare a costruire la pace.

Ricordiamo ai nostri politici, come ha fatto l’ANPI sul manifesto di questo triste 25 aprile, l’articolo 11 della nostra Costituzione:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

 

Immagine tratta dal sito Monti della Tolfa

 

 

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