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25 Novembre

di Giovanna Carrara

Ogni anno, all’avvicinarsi di questa inquietante ricorrenza, ci sentiamo stringere il cuore e non vorremmo dover fare i conti con la crescita inarrestabile di questa feroce mattanza. Non vorremmo venire a sapere che quest’anno, il funesto 2020, è stata trucidata una nostra sorella ogni due giorni; che, mentre gli omicidi di uomini sono fortunatamente in costante decrescita, quelli di donne sono triplicati in tempo di lockdown.

Non vorremmo, ma siamo adulte, non possiamo nasconderci i problemi.

Ci piacerebbe pensare che tutto questo sangue versato è un problema esclusivamente legato al ritardo sociopolitico della società italiana, al perdurare fuori tempo massimo del modello patriarcale e maschilista.

Siamo figli del diritto romano e lo sposo, a Roma, si rivolgeva alla sposa con la formula: – Ti prendo in qualità di buona figlia -, togliendo ogni dubbio circa la dipendenza affettiva, legale e patrimoniale della moglie dal marito. Siamo figli del Medio Evo e le donne potevano allora far parte delle ricchissime corporazioni che lavoravano l’oro e la seta, ma sopra di loro c’era sempre un probiviro a controllarle, un uomo.

Ci piacerebbe pensare che tutto è dovuto a questa eredità e che cambierà col tempo. La statistica però smentisce la prospettiva di una spontanea evoluzione verso modelli più integrati e civili, magari rappresentati dai Paesi del Nord Europa: l’Italia non è certo la prima nella UE per incidenza del fenomeno violenza sulle donne e non sono i Paesi Mediterranei ad avere questo triste primato. Tra le regioni italiane (ahimè) la maggior incidenza, in rapporto al numero di abitanti, è della Lombardia.

CHE FARE, dunque?

Non è facile rispondere in maniera corretta ed esauriente. Innanzitutto perché manca una riflessione pubblica e diffusa sulle tematiche della relazione tra i sessi: si discute solo occasionalmente sulle relazioni economiche, sulle dinamiche di potere (per esempio sul cosiddetto “soffitto di cristallo” nelle aziende come in politica), sociologiche (le donne sole, specie quelle con figli, vivono spesso sotto la soglia di povertà).

L’aspetto più problematico, però, è che non esiste nel Paese una discussione approfondita, diffusa e continuativa sulle dinamiche interpersonali e affettive, che pure sono a fondamento di ogni società. I temi dell’affettività sono misconosciuti, perché considerati minori o del privato; eppure, un grande movimento di liberazione ci aveva insegnato che “il privato è pubblico”.

Se vogliamo pianificare un’inversione di tendenza occorrerà agire contemporaneamente su molti piani. Sarà necessario interrogarci sui motivi profondi che hanno incrementato femminicidio dopo che le leggi dello Stato hanno sancito la fine di mostruosità giuridiche come il delitto d’onore, lo stupro come semplice reato contro la morale, il matrimonio riparatore, il diritto di correzione (!!) del marito nei confronti della moglie.

Massimo Recalcati suggerisce che l’uomo, avendo delegato per secoli allo Stato legislatore il controllo sulla donna, dopo il cambiamento del diritto di famiglia, si è trovato esposto e angosciato di fronte alla libertà e alla diversità radicale della donna e, incapace di confrontarsi con questa vertiginosa realtà, con la necessità di accettare una relazione d’amore alla pari che comprende inevitabilmente la possibilità dello scacco e del fallimento, ha reagito alzando il livello della violenza distruttrice.

Far fronte a questo esplosivo fenomeno richiede l’alleanza tra molte componenti della società.

Come non immaginare che la scuola si riappropri del suo ruolo educativo e si occupi attraverso la letteratura, la poesia, la lettura del linguaggio dei corpi dell’educazione sentimentale delle giovani generazioni? L’informazione sessuale non ha anima e significato senza l’attenzione alla relazione.

In più nella microsocietà della classe possono essere ricercati e riprodotti il rispetto e l’accoglienza; si può insegnare a gestire lo scacco, a ripartire dopo un fallimento, a non divenire distruttivi verso sé stessi e gli altri dopo una delusione.

Tutti i luoghi della formazione permanente (pensiamo alle parrocchie, ma anche ai gruppi scout, all’università per adulti, ai gruppi sportivi) dovrebbero sentirsi investiti di questa mission.

Il cinema e le produzioni d’arte, le serie televisive, focalizzate oggi più su thanatos che su eros, possono potentemente, creativamente scandagliare le tematiche della relazione, e della relazione d’amore.

Il luogo principe in cui produrre il cambiamento ci sembra tuttavia la famiglia; non c’è miglior antidoto alla violenza e alla sopraffazione che osservare le dinamiche con cui attraverso la parola, la comunicazione umana per eccellenza, si costruiscono gli affetti e i ricordi, si gestiscono le inevitabili conflittualità. I genitori preparano la felicità dei loro figli dedicandosi all’amore tra loro.

Alle donne madri lasciamo un pensiero di Maria Montessori: “Educa il tuo figlio maschio come l’uomo che vorresti avere accanto.”

Agli uomini, nostri compagni di vita, un detto anglosassone “Happy wife, happy life”.

 

Fotografie di un 25 novembre a Melegnano

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