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Beethoven e il potere del ritmo

di Alessandro Arioldi

Bonn, Germania 16 dicembre 1770, nasceva Ludwig van Beethoven; 16 dicembre 2020, 250° anniversario della nascita di uno dei più grandi compositori di tutti i tempi e tra i più geniali innovatori nell’ambito della musica colta occidentale.

La sua biografia è ampiamente conosciuta, per non parlare del prezioso catalogo delle sue opere che si compone essenzialmente di due parti:

  • N° 138 Lavori ritenuti rilevanti ai quali Beethoven ed i suoi editori hanno assegnato un numero di Opus, mentre il compositore tedesco era in vita.
  • Composizioni che sono state raccolte e classificate dai musicologi dopo la morte di Beethoven, con la sigla WoO, “Werke ohne Opuszahl” (Composizioni senza numero di Opus), in n° di 228.

Vorrei, però porre l’attenzione su aspetti più specifici della sua musica e del perché si possa considerare, in qualche modo un precursore.

Innanzitutto mi sento di sottolineare l’aspetto più strabiliante dell’arte di Beethoven, il fatto che abbia composto la summa della sua opera, una su tutte la monumentale nona sinfonia, ma senza trascurare le ultime sorprendenti sonate, in condizione di completa sordità.

Risulta quindi evidente, che venendo a mancare lo strumento naturale primario per un musicista, ciò possa essere supportato esclusivamente da un innato e smisurato talento e da un’immensa e strabiliante sensibilità musicale.

Per ragioni di studio, attinenti la sfera uditiva, ho voluto approfondire ed inserire nella mia tesi di laurea il “Testamento di Heiligenstadt”, in cui con una lettera inviata ai fratelli Kaspar Anton Karl e [Nikolaus Johann] van Beethoven, datata 6 ottobre 1802, egli esterna il suo devastante tormento e descrive tutta la sua disperazione, anche per essere considerato una persona ombrosa.

Scritta durante un periodo di sua profonda crisi morale, mentre il compositore completava la sua Seconda Sinfonia, questa lettera non fu mai spedita e venne ritrovata da Anton Schindler e Stephan von Breuning in un cassetto segreto della credenza di Beethoven qualche giorno dopo la sua morte nel marzo 1827, insieme a un’altra celebre missiva, la “Lettera all’amata immortale” ed a un piccolo dipinto di volto femminile, mai identificato con certezza.

Per rendere l’idea di quanto possa aver inciso sulla vita del giovane Ludwig la disabilità uditiva, riporto alcuni stralci di questa sua intensa e commovente testimonianza.

“O voi uomini che mi reputate o definite astioso, scontroso o addirittura misantropo, come mi fate torto! Voi non conoscete la causa segreta di ciò che mi fa apparire a voi così.

Il mio cuore e il mio animo fin dall’infanzia erano inclini al delicato sentimento della benevolenza e sono sempre stato disposto a compiere azioni generose.

Considerate, però, che da sei anni mi ha colpito un grave malanno peggiorato per colpa di medici incompetenti.

Di anno in anno le mie speranze di guarire sono state gradualmente frustrate, ed alla fine sono stato costretto ad accettare la prospettiva di una malattia cronica (la cui guarigione richiederà forse anni o sarà del tutto impossibile). (…)

Come potevo, ahimè, confessare la debolezza di un senso, che in me dovrebbe essere più raffinato che negli altri uomini e che in me un tempo raggiungeva un grado di perfezione massima, un grado di perfezione quale pochi nella mia professione sicuramente posseggono, o hanno mai posseduto. (…)  La mia sventura mi fa doppiamente soffrire perché mi porta ad essere frainteso.

Per me non può esservi sollievo nella compagnia degli uomini, non possono esservi conversazioni elevate, né confidenze reciproche.

Costretto a vivere completamente solo, posso entrare furtivamente in società solo quando lo richiedono le necessità più impellenti; debbo vivere come un proscritto.   (…)

Tali esperienze mi hanno portato sull’orlo della disperazione e poco è mancato che non ponessi fine alla mia vita.

La mia arte, soltanto essa mi ha trattenuto.   Ah, mi sembrava impossibile abbandonare questo mondo, prima di aver creato tutte quelle opere che sentivo l’imperioso bisogno di comporre; e così ho trascinato avanti questa misera esistenza, davvero misera, dal momento che il mio fisico tanto sensibile può, da un istante all’altro, precipitarmi dalle migliori condizioni di spirito nella più angosciosa disperazione.     (…)

E voi, fratelli miei, Carl e Johann, dopo la mia morte, (…) vi dichiaro qui tutti e due eredi del mio piccolo patrimonio (se possiamo chiamarlo così), dividetelo giustamente, andate d’accordo e aiutatevi reciprocamente.

Il male che mi avete fatto, voi lo sapete, vi è stato perdonato da lungo tempo (…)

Il mio augurio è che la vostra vita sia più serena e più scevra da preoccupazioni della mia. Raccomandate ai vostri figli di essere virtuosi; perché soltanto la virtù può rendere felici,

non certo il denaro (…)

Io debbo ad essa, oltre che alla mia arte, se non ho messo fine alla mia vita col suicidio.

Vado con gioia incontro alla Morte, (…) non mi libererebbe essa forse da uno stato di sofferenza senza fine? Vieni dunque, Morte, quando tu vuoi, io ti verrò incontro coraggiosamente.    

Addio, non dimenticatemi del tutto, dopo la mia morte.    Io merito di essere ricordato da voi, perché nella mia vita ho spesso pensato a voi e ho cercato di rendervi felici. Siate felici.”

Parole decisamente strazianti, che esprimono un vissuto di intensa sofferenza interiore, a cui solamente la sublimazione musicale a saputo dare conforto.

Risolleviamoci con l’ascolto della sua musica divina, cercando input per scoprire dove il genio di Beethoven, abbia saputo condurre la sua incessante ricerca di sonorità innovative.

Un’interessante analisi delle ultime sonate beethoveniane, mi è capitato di leggere sul mensile “Musica Jazz”, ben sviluppata da Riccardo Brazzale, direttore d’orchestra, compositore e musicista, da cui ho tratto spunto per capire se può essere plausibile un collegamento tra alcune composizioni del sommo maestro ed il jazz.

Ovviamente non fu Beethoven l’artefice di sonorità che si iniziarono a sentire, più o meno un secolo dopo la sua dipartita, ma per il suo modo di utilizzare i ritmi, fu forse il primo, quando ancora il jazz non esisteva, ad armonizzare le complessità poliritmiche con una pienezza interpretativa, che si potrebbe definire “swing”.

Ma cosa induce a ritenere che una musica abbia in sé dei caratteri jazz, anche se nata al di fuori dei suoi confini naturali?

Come tutte le arti soggette a evoluzione, nei suoi oltre cento anni di storia, alcuni stili o modi di fare jazz, possono anche avere ben poco in comune fra loro.

Alcuni dei requisiti che possono definire la “jazzità” di una composizione sono, la funzione basilare del ritmo – la poliritmia – la suddivisione ternaria della pulsazione, il cosiddetto swing – l’interplay fra esecutori, specialmente nella sezione ritmica – il cosiddetto groove, il creare un ambiente sonoro empatico su cui sviluppare l’idea principale – un suono più fisico che affinato – la pratica dell’improvvisazione solistica, in duo o di gruppo, basata sulla variazione degli elementi tematici – far convivere la semplicità di melodie popolari con la complessità politonale, persino con la atonalità – riuscire a far coesistere modo maggiore e modo minore.

Beethoven bambino

In tutti i casi il jazz, come musica caratterizzata da elementi ben precisi, che la rendono diversa da qualsiasi altra, è nato all’inizio del secolo scorso e tuttavia, si sono cercate musiche precedenti, specialmente in ambito eurocolto, che potessero mostrare caratteristiche affini.

Alcune di tali peculiarità, possono aver fatto pensare che Bach fosse stato il primo jazzista, aver indotto taluni a chiedersi se c’era swing già nel barocco, o se fra gli organisti del XIX secolo fosse usuale improvvisare su un tema dato, come nel jazz sulla forma canzone.

Ascoltando l’Arietta, secondo movimento dell’ultima sonata di Beethoven, l’op.111, veniamo attratti dalla ritmica e dalla scrittura quasi ragtime, del “proto-boogie centrale, che si può definire la punta di un iceberg che, piano piano è uscito allo scoperto con le ultime sue sonate pianistiche, l’op.109, la 110, la 111 e le altre opere per pianoforte scritte tra il 1819 ed il 1823, quando è bene ricordarlo, il genio era già da qualche anno, completamente sordo.

In questo periodo, Beethoven sembra assegnare al ritmo un’importanza ancora più determinante di quanto non avesse, già ampiamente fatto in precedenza e caratterizza la sua produzione pianistica con le prime fra quelle caratteristiche che vennero elencate successivamente, come proprie del jazz.

Risulta evidente che il grande compositore non ha inventato il jazz, ma si deve riconoscere che, forse primo fra tutti ha studiato il ritmo in profondità, in modo da renderlo così rilevante e convincente, tanto da lasciare sbalorditi non solo i suoi contemporanei, ma anche compositori a lui successivi, che ne hanno colto l’importanza rivoluzionaria solo un secolo dopo, quando il jazz darà al ritmo la fondamentale funzione strutturante che conosciamo.

La Sonata op. 111 è la trentaduesima ed ultima del catalogo di Beethoven; ci porta dunque all’estremo periodo creativo dell’autore, periodo i cui frutti furono spesso giudicati dai contemporanei incomprensibili e ineseguibili, per l’astrusità del contenuto e le difficoltà tecniche; d’altra parte lo stesso autore non concepiva più la Sonata per pianoforte in prospettiva della pubblica esecuzione, ma piuttosto per la lettura, per la meditazione privata.

Beethoven si discosta qui dalla struttura della sonata classica, articolata in quattro movimenti, come già aveva fatto in passato con molte sue sonate in tre tempi, alcune in due; la sonata n°32 si presenta in due movimenti, “Maestoso-Allegro con brio e appassionato” e “Arietta: adagio molto semplice e cantabile”, in netto contrasto tra loro.

Non senza motivo le ultime Sonate e gli ultimi Quartetti sono stati pienamente compresi solamente nel secolo scorso; essi rappresentano l’espressione di un progressivo isolamento del compositore dalla sua epoca, per seguire le tracce di una fantasia e di una logica compositiva del tutto indipendenti dai meccanismi della contemporanea produzione e fruizione musicale.

Per concludere permettetemi un piccolo suggerimento.

Se non l’avete ancora fatto, trovate occasione di ascoltare dal vivo, quando sarà finalmente possibile, la Sinfonia n° 9 “Corale”, Opus 125 in re minore con coro finale sull’ode alla gioia di Schiller.

E’ assolutamente indispensabile, per immergersi in un tempo sospeso, estraniante e di inestimabile pura emozione.

Buon ascolto e buona musica, qualunque essa sia.

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