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C’era una volta l’orto di casa

C’era una volta un mondo in cui il cibo era prodotto nell’orto di casa o nelle immediate vicinanze.

Allora non si chiamava Chilometro zero, era, semplicemente, cosa logica e naturale.

Il cibo arrivava dal contado vicino ai grandi concentramenti umani, castelli e città. Il nostro territorio, il basso milanese, con le sue terre fertili e l’abbondanza di acque era il granaio di Milano.

Da lontano arrivavano solo derrate di prima necessità che erano prodotte in modo insufficiente nel

territorio oppure prelibatezze che, per lungo tempo, furono appannaggio delle classi  dominanti. Perdevano la loro funzione di cibo per diventare simboli e immagini di ricchezza e potenza, tanto che in qualche caso i piatti dei banchetti prima di essere serviti al tavolo del potente di turno venivano portati in piazza e mostrati al popolo.

A metà del ‘600 Bartolomeo Stefani, cuoco al servizio della corte dei Gonzaga a Mantova, scrisse che stupire a tavola non era poi così difficile. Nel suo libro L’Arte di Ben Cucinare racconta di aver inserito in banchetti tenuti in gennaio o febbraio cose come asparagi, carciofi e piselli che a prima faccia paiono contro stagione. Spiega poi alli signori lettori che:

“Chi hà valorosi destrieri, e buona borsa, in ogni stagione trovarà tutte quelle cose, che io loro propongo, e ne’ medesimi tempi, che ne parlo”.

L’Italia è lunga.; quello che era fuori stagione a Mantova si poteva invece trovare ancora nel sud e con cavalli veloci e tanti soldi si poteva portarlo in tavola per suscitare lo stupore dei propri ospiti.

Oggi portare in tavola un kiwi quando qui da noi è finita la stagione non meraviglia più nessuno. Questi frutti, a causa della stagionalità invertita, viaggiano avanti e indietro da noi alla Nuova Zelanda e viceversa. La cosa ci sembra naturale, in realtà certifica solo la nostra ignoranza sui ritmi della natura e la nostra indifferenza verso il pianeta che ci ospita e ci nutre.

Purtroppo, abbiamo perso la sintonia con il ritmo delle stagioni, supermercati e negozi, che ci offrono tutti i prodotti per tutto l’arco dell’anno, rafforzano sempre di più la nostra ignoranza.

La scienza e la tecnologia hanno trovato nuovi e più efficienti mezzi per conservare il cibo. L’invenzione delle “scatolette” prima e dei surgelati poi, l’evoluzione dei trasporti e la diffusione del frigorifero in tutte le abitazioni hanno allontanato le nostre tavole dai luoghi di produzione del cibo, che sempre più tendono a concentrarsi.

L’Italia si è rimpiccolita, numerosi alimenti prima introvabili sono diventati disponibili ovunque. Cosa positiva, ma che ha aperto la strada a nuove insensatezze.

Un produttore di carciofi della provincia Savona mi raccontò di aver trovato la cassetta con i suoi carciofi nel negozio del suo paese. Nulla di strano, verrebbe da dire. Solo che lui il suo raccolto lo consegna ad un grossista del piacentino; quei carciofi coltivati a pochi metri dal luogo di vendita avevano viaggiato per oltre 400 chilometri.

Ma non è, ahimè, così strano. È stato calcolato che buona parte del cibo che portiamo in tavola percorre più di duemila chilometri.

Tim Lang, un professore di politiche alimentari all’Università di Londra, lanciò anni fa, inascoltato profeta, una campagna per mettere in etichetta le Food Miles, la distanza percorsa dal cibo, in modo che ciascuno fosse consapevole di quanta strada avesse percorso quel prodotto.

Non era solo per dare sostegno alle produzioni locali, come qualche sovranista potrebbe credere; il cibo che viene da lontano ci costa molto di più. Magari lo paghiamo meno al momento dell’acquisto, ma il resto lo pagheremo poi con i costi sanitari e ambientali conseguenti dell’inquinamento originato dal trasporto.

A Natale possiamo portare in tavola le ciliegie, arrivano dall’Argentina. Hanno viaggiato per 12mila chilometri e hanno seminato nell’atmosfera 16,2 chili di CO2.

L’intero mondo è diventato più piccolo, non solo perché ci consente di soddisfare questi piccoli ma dannosi piaceri personali, è proprio la struttura della produzione del cibo che è cambiata.

Una volta salami e prosciutti si facevano vicino ai luoghi in cui si allevavano i maiali; oggi ci sono le specializzazioni: regioni che allevano e altre che trasformano. In Piemonte e Lombardia si allevano i maiali che in Emilia diventano costosi prosciutti. Come ci ricorda Carlo Petrini, piemontese: “A noi resta la merda, a loro i soldi”.

Questo succede in tutto il mondo

Il Brasile distrugge la foresta amazzonica, polmone verde del pianeta, per coltivare la soia che serve a nutrire i maiali cinesi.

In Africa arrivano i pomodori dalla Cina e contemporaneamente vengono tolte le terre ai nativi per coltivare cereali per i cinesi.

Quando acquistiamo un prodotto dovremmo poter fare scelte consapevoli; dovremmo conoscere quanto ha danneggiato l’ambiente e noi stessi, che dell’ambiente siamo un’infima componente.

In Francia è stata proposta un’etichetta, Planet Score, che prende in considerazione uso di pesticidi, biodiversità, clima, benessere animale, consumo di energia, possibile riutilizzo e assegna un voto al prodotto.

 

Conoscere queste cose ci consentirebbe scelte più consapevoli. Speriamo solo che il Planet Score non faccia la fine della proposta di Tim Lang.

Non dobbiamo rinunciare alla nostra tazzina di caffè o ad una banana, ma limitiamoci a consumare solo quei prodotti che arrivano da lontano perché il nostro clima non ci consente di produrli. E speriamo che, con i cambiamenti climatici, non ci si trovi a coltivarli sui nostri campi. Ma allora i nostri problemi alimentari sarebbero altri.

Immagine di copertina: Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città e in campagna, 1338-1339, affresco, Siena, Palazzo Pubblico.

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