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Contrastare il cambiamento climatico a scala locale: c’è un ruolo per i Comuni?

di Stefano Caserini

L’approvazione, l’11 dicembre 2020, del nuovo obiettivo dell’Unione europea di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra (almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990), ha aumentato in modo sostanziale l’impegno della Ue nella mitigazione ai cambiamenti climatici. Questo passo, che rappresenta un passaggio intermedio verso l’obiettivo di neutralità climatica nel 2050 già delineato dalla Long Term Strategy europea, costituirà la base del secondo Ndc (contributo volontario determinato a livello nazionale) che sarà comunicato a breve dalla Ue alla Convenzione su clima, come previsto dall’Accordo di Parigi.

Insomma, il percorso delle politiche europee sul clima è ormai delineato, ed è un percorso molto, molto ambizioso. Visto che nel 2019 le emissioni della Ue (27 Stati) sono state del 24% inferiori a quelle del 1990, per arrivare al -55% del 2030 serve un altro -31%. In altre parole, nei prossimi dieci anni l’Unione europea dovrà ridurre le emissioni in modo superiore a quanto fatto nei passati trenta.

È chiaro che per raggiungere un obiettivo così impegnativo è necessario che tutti i settori, e tutti i livelli amministrativi, diano il massimo contributo possibile. Non ci possono essere “free riders”, un termine tecnico per definire i lazzaroni che sfruttano il lavoro fatto dagli altri.

È quindi importante che anche a livello locale, comunale e regionale, ci sia un sostegno concreto al cambio di marcia imposto dall’azione europea sul clima.

Molta attenzione è stata posta negli ultimi anni al ruolo che le aree urbane posso avere negli interventi di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Questo per certi aspetti è comprensibile. Più di due terzi della popolazione europea vive e lavora nelle città, consumando circa l’80% dell’energia totale usata in Europa e contribuendo a più di due terzi delle emissioni di biossido di carbonio (CO2) europee.

Nonostante la stima precisa delle emissioni attribuibili alle città sia ancora incerta a causa di problemi metodologici e disponibilità dei dati, il contributo delle città a queste emissioni è in aumento, a causa principalmente dell’incremento dell’urbanizzazione e della conseguente concentrazione di persone e attività generatrici di emissioni.

Secondo numerosi studiosi del settore, le amministrazioni locali, in qualità di centri di governo più vicini ai cittadini, sono nella posizione ideale per incidere sui comportamenti della collettività e possono contribuire allo spostamento del consumo energetico verso soluzioni più sostenibili, fungendo da interfaccia tra le azioni locali e gli interventi a livello nazionale e internazionale.

I limiti del livello locale

C’è però un limite di cui poco si parla: le scelte strategiche e di investimento nei settori dell’energia, dei trasporti e dell’uso del suolo sono effettuate a livello nazionale o sovranazionale. È a questi livelli che sono finanziati e guidati i grandi processi di trasformazione tecnologica o di costruzione di grandi infrastrutture. Le diminuzioni delle emissioni di gas climalteranti legate ad esempio all’impiego di fonti di energia rinnovabile o all’efficienza energetica nei trasporti sono dovute a politiche e misure (esempio, gli incentivi, le defiscalizzazioni, le tassazioni), attuate a livello nazionale; non dipendono dall’intervento diretto delle autorità locali.

Nonostante i risultati dei centri urbani nel contrastare il cambiamento climatico siano frequentemente elogiati, molti osservatori hanno sottolineato i limiti degli interventi a scala locale. La maggior parte dei governi locali ha scarse responsabilità nei settori centrali per la mitigazione del cambiamento climatico e non dispone delle risorse per portare avanti politiche climatiche di ampio respiro.

Perché le realtà locali possano avere successo sono necessarie conoscenze e risorse, stabilità politica e presenza di dense reti sociali. Non sempre ci sono.

Il “Patto dei Sindaci” è stato fino ad oggi uno dei più importanti programmi per la mobilitazione delle autorità locali nello sviluppo di strategie per la sostenibilità energetica. Avviato nel 2008 dalla Commissione europea per coinvolgere le città nel perseguimento degli obiettivi dell’Unione Europea al 2020, è stato successivamente modificato nel 2015 con il nuovo Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia, con l’affiancamento delle misure di adattamento a quelle di mitigazione. L’iniziativa è diventata globale nel 2017 con il nome di Global Covenant of Mayors for Climate and Energy, e ha avuto una grande partecipazione, con oltre 7.600 enti locali e regionali attivi in 53 paesi. Gli Stati che vi hanno aderito con maggior entusiasmo sono Italia e Spagna, che contano all’attivo rispettivamente circa 4.000 e 1.800 firmatari.

Recentemente molte amministrazioni locali si sono impegnate ad emissioni nette zero nel 2050, nell’ambito anche di una campagna UNFCCC “race to zero”, spesso senza sapere bene di cosa si tratti.

Ma va detto che di fatto la stragrande maggioranza delle esperienze di adesione al Patto dei Sindaci hanno portato a risultati molto limitati, in particolare nei piccoli Comuni, prevalentemente per la carenza di risorse economiche e personale, anche perché le possibilità di investimento e di assunzione di personale da parte delle amministrazioni locali sono state pesantemente limitate anche dai vincoli del Patto di stabilità approvato in sede europea.

Nel complesso le riduzioni delle emissioni di CO2 generate dalle azioni avviate tramite il Patto dei Sindaci sono state generalmente trascurabili rispetto alle riduzioni complessive registrate per motivi indipendenti dal Patto dei Sindaci.

Una ricerca dettagliata ha mostrato che anche in uno dei contesti italiani più ricchi e dinamici, la città metropolitana di Milano, una larga parte dei comuni non ha davvero attuato gli impegni del Patto dei Sindaci. Una riduzione importante delle emissioni c’è stata in molti Comuni italiani ed europei, ma è stata determinata soprattutto dalla crisi economica del periodo 2008-2012, e per il 2020 dalla pandemia Covid-19.

Non è saggio perdere altro tempo

L’urgenza della crisi climatica è sempre più evidente, e ormai nessuno si stupisce che l’ultimo anno trascorso sia ai primi posti nella classifica degli anni più caldi. Non fanno quasi più notizia i segni tangibili degli effetti del surriscaldamento globale, come i devastanti incendi del 2020 dalla Siberia all’Amazzonia, dalla California all’Australia. L’urgenza della crisi climatica impone un cambio di passo nelle azioni delle città contro il riscaldamento globale.

Il livello di impegno, e soprattutto di risultati ottenuti, che ha caratterizzato i primi due decenni del XXI secolo sono chiaramente insufficienti per raggiungere gli obiettivi sottoscritti con l’Accordo di Parigi. I tempi rapidissimi della transizione energetica, circa tre decenni, richiedono di sviluppare nuovi tipi di azioni e apprendimenti, azioni meno dimostrative e più coordinate e incisive, basate su affinità territoriali e in grado di valutare la reale portata delle buone pratiche locali.

A supporto di questo diverso e più radicale livello di mobilitazione può essere utile ricordare i tanti benefici delle azioni sull’energia sostenibile e il clima, dai benefici sulla qualità dell’aria ai risparmi per l’approvvigionamento dei combustibili fossili, dallo sviluppo di nuovi posti di lavoro alla leadership nelle tecnologie energetiche che hanno un futuro e un crescente interesse del mondo della finanza.

Il mondo è cambiato, il disastro della pandemia Covid-19 ha mostrato quanto può essere dannoso e costoso farsi trovare impreparati ad affrontare rischi che hanno bassa probabilità di accadimento ma grandi conseguenze. A differenza del virus che ha improvvisamente sconvolto la vita di miliardi di persone nel 2020, le variazioni climatiche arrivano da lontano, da almeno un secolo di utilizzo sconsiderato dei combustibili fossili, e hanno tempi di recupero che si misurano in secoli e millenni. Non sarebbe saggio perdere altro tempo.

Nella foto di apertura, i Sindaci aderenti al Patto riuniti a Bruxelles nella sede della Commissione europea

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