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Estate, montagna e poesia: l’esperienza artistica di Antonia Pozzi

di Valeria Pilone

Luglio e agosto sono i mesi generalmente dedicati alle vacanze estive per molti di noi. Ci si muove alla volta di mete differenti, con il desiderio di vivere giornate all’insegna del riposo, della tranquillità, della sospensione magica di ogni routine, per immergersi in un’atmosfera di rilassamento e meditazione che non è normalmente concessa nello spasmodico susseguirsi della nostra quotidianità.

Ci sono, peraltro, molteplici modalità di viaggiare: anche quella della lettura può essere un’esperienza di viaggio, interiore ed estetico. Se essa è, poi, accompagnata dalla visione di fotografie, immagini, cartoline di luoghi desiderabili e meravigliosamente incontaminati, lontani dagli affanni della nostra civiltà industrializzata, ebbra di consumismo e capitalismo, allora il viaggio diventa davvero occasione di riflessione, di catarsi, di avvolgente abbandono all’esplorazione dei valori sopiti della nostra umanità.

Vorrei ricorrere alla poesia per accompagnare questo viaggio interiore, una poesia che, sedimentata dentro di me, riaffiora in modo naturale a descrivere l’innocenza e la meraviglia di una natura che attua come un miracolo una simbiosi tra di essa e le anime sensibili ai suoi richiami:

Gioia di cantare come te, torrente; / gioia di ridere / sentendo nella bocca i denti / bianchi come il tuo greto; / gioia d’essere nata / soltanto in un mattino di sole / tra le viole / di un pascolo; / d’aver scordato la notte/ ed il morso dei ghiacci (Breil – Pasturo, 12 agosto 1933).

L’autrice si immedesima nel torrente che dà gioia, che la rende felice di essere nata in un mattino assolato sulla sua amata montagna, non ricordando, invece, la notte oscura della propria esistenza.

Sono versi di Antonia Pozzi, cantrice fragile, ma allo stesso tempo appassionata ed energica, della vita e dei suoi tormenti, i suoi come quelli dell’umanità.

Nata a Milano il 13 dicembre del 1912, Antonia è uno dei tanti esempi dell’oblio artistico e umano che da sempre si abbatte sulle donne nella storia.

Da docente di Lettere, mi rammarico sempre molto nello scorgere ben pochi nomi femminili annoverati e approfonditi adeguatamente nelle antologie scolastiche: il nome di Antonia è completamente assente, in una damnatio memoriae che si perpetua ai danni di innumerevoli artiste non attestate e non valorizzate in relazione all’opera che hanno prodotto.

Ancora studente di liceo classico, si innamorò in modo drastico e sconvolgente del suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, relazione che fu sin da subito ostacolata dal padre di Antonia, l’avvocato Roberto Pozzi, quel padre colto e raffinato da un lato molto amato, dall’altro causa di tanto dolore per la giovane poeta, non solo per aver stroncato senza appello i sentimenti della ragazza verso Cervi, ma anche per essere impunemente intervenuto a cancellare tracce di questi sentimenti nei versi della ragazza, operando una criminale revisione delle sue poesie e del suo testamento finale e camuffando la verità della sua morte con la bugia della polmonite, dipartita avvenuta, in realtà, per suicidio da barbiturici dinnanzi all’Abbazia di Chiaravalle il 3 dicembre del 1938, a soli ventisei anni.

Allo stesso tempo, in virtù della sua appartenenza ad una famiglia benestante, ella aveva potuto sperimentare altre libertà e possibilità che non a tutte le ragazze della sua età erano concesse: studiare appassionatamente, leggere, viaggiare, vivere la sua immensa passione per la montagna.

C’era un luogo che per Antonia rappresentava il paradiso terrestre, l’intimo rifugio in cui si consumava la sua totale dannunziana immedesimazione in ogni elemento della natura, come una rinascita, un rinnovato respiro che le permetteva di riemergere dal soffocamento dei suoi mali e dai condizionamenti della sua esistenza. Questo luogo è Pasturo con la sua montagna, la Grigna, in Valsassina.

I versi che la giovane poeta gli dedica sono memorabili e colmi di potenti suggestioni, la loro eco risuona nell’animo di chi legge e ancor più di chi conosce e ama la montagna ed il suo fascino.

La lettura della poesia di Antonia può indiscutibilmente essere una straordinaria esperienza di viaggio, con la prorompente eloquenza silenziosa dei suoi versi, respiro di un’anima fragile ma allo stesso tempo colma di una vita che implode dentro le viscere. Così descrive i luoghi montani del suo cuore in una lettera indirizzata all’amica Elvira Gandini, datata 8 agosto 1928, mostrando a soli sedici anni una tale intensità e nitidezza di scrittura che incanta chi legge:

«Sabato notte, con una luna che inondava tutta la valle, sono salita sulla Grigna, ed ero lassù prima dell’alba, sola sulla vetta, sotto il sorriso gelido delle ultime stelle. A poco a poco, rompendo con gli occhi intenti la nebbia, ho visto il nostro Cervino sorgere dalla notte e chiamare a sé i primi raggi del sole e indorarsene. Allora ho pensato che voglio camminare molto e imparare a non stancarmi e prepararmi con tutte le mie forze, per poter andare almeno fino alla Capanna e vedere di lassù un tramonto ed un’alba».

Per gli/le amanti della montagna, i versi di Antonia Pozzi sono balsamo che lenisce affanni e preoccupazioni: Non monti, anime di monti sono / queste pallide guglie, irrigidite/ in volontà d’ascesa. E noi strisciamo / sull’ignota fermezza: a palmo a palmo, / con l’arcuata tensione delle dita, / con la piatta aderenza delle membra, / guadagnammo la roccia; con la fame / dei predatori, issiamo sulla pietra / il nostro corpo molle; ebbri d’immenso, / inalberiamo sopra l’irta vetta / la nostra fragilezza ardente (Madonna di Campiglio, 13 agosto 1929).

Nei monti la poeta intravede un’anima che arrampica con la fame dei predatori e con la volontà di chi desidera ascendere al cielo, verso quell’immenso che rende l’uomo ebbro dell’eternità, di quegli “interminati spazi di là da quella”, e “sovrumani silenzi” di leopardiana memoria, fino ad una simbiosi metamorfica con l’irta vetta alla quale aderisce pienamente la fragilità ardente dell’esistenza prigioniera di un corpo molle. Quasi profeticamente, esattamente quattro anni prima di morire, scriveva mentre era a Pasturo, luogo in cui volle farsi seppellire:

Questo non è esser morti, / questo è tornare / al paese, alla culla: / chiaro è il giorno / come il sorriso di una madre / che aspettava. / Campi brinati, alberi d’argento, crisantemi/ biondi: le bimbe/ vestite di bianco, / col velo color della brina / la voce colore dell’acqua / ancora viva/ fra terrose prode./ Le fiammelle dei ceri, naufragate / nello splendore del mattino, / dicono quel che sia / questo vanire / delle cose terrene/ – dolce – , / questo tornare degli umani, / per aerei ponti / di cielo, / per candide creste di monti / sognati, / all’altra riva, ai prati / del sole (Pasturo, 3 dicembre 1934).

Antonia aveva un grande amico che l’accompagnava nelle passeggiate e scalate in montagna, la guida alpina Emilio Cenci, prezioso per lei nell’esplorazione dei sentieri e nelle arrampicate.

L’amicizia con Cenci è consolidata dal comune senso di appartenenza al mistero della vita e dalla sensazione di eternità che le vette regalano a chi si avventura alla loro conquista, divenendo occasione di immersione nel silenzio, elemento che riappacifica la nostra anima turbata dai rumori della vita.

La montagna è una presenza che rievoca alla penna della poeta l’immagine delle donne, immense nella generosità dei loro grembi e delle loro mani mentre accolgono e reggono l’intera umanità che ritorna alla vita vera, in un mondo-altro rispetto ad un laggiù da cui la madre-montagna attende il ritorno dei suoi figli con infinita speranza: Occupano come immense donne / la sera: / sul petto raccolte le mani di pietra / fissan sbocchi di strade, tacendo / l’infinita speranza di un ritorno. / Mute in grembo maturano figli / all’assente. / (Lo chiamaron vele / laggiù – o battaglie. Indi azzurra e rossa / parve loro la terra). Ora a un franare / di passi sulle ghiaie / grandi trasalgon nelle spalle. Il cielo / batte in un sussulto le sue ciglia bianche. / Madri. E s’erigon nella fronte, scostano / dai vasti occhi i rami delle stelle: / se all’orlo estremo dell’attesa / nasca un’aurora / e al brullo ventre fiorisca rosai (Pasturo, 9 settembre 1937).

Nel medesimo tempo queste madri mute generano figli all’assente, con un richiamo, a mio avviso, alla maternità mancata ma tanto desiderata con Cervi, che rappresenta uno dei motivi ricorrenti della sua poesia e della sua angoscia esistenziale, frutto, probabilmente, della mentalità a lei contemporanea – e non del tutto estinta – che vede la realizzazione piena di una donna nella maternità, al punto tale – se non si realizza – da struggersi in un’infinita morsa di dolore che conduce alla più travolgente malinconia.

I versi proposti in questa sede sono solo una minima parte della produzione poetica di Antonia Pozzi. Questo breve excursus vuol essere un invito alla lettura di una poeta che merita di essere maggiormente conosciuta. I percorsi di lettura che si possono intraprendere all’interno dell’opera di Antonia sono tanti: in questo tempo estivo mi è sembrato utile offrire un assaggio di versi dedicati alla montagna, indiscussa protagonista dei suoi componimenti.

La montagna era parte della vita di Antonia, che oltre ad essere poeta era anche fotografa. Sono molte, infatti, le fotografie che ci ha lasciato dei luoghi montani che visitava, ma anche di momenti quotidiani, oggetti di vita concreta, suoi attimi di convivialità e felicità. L’amore per la poesia e per la montagna non hanno, purtroppo, salvato dalla morte il corpo di questa giovane sofferente e tanto tormentata, ma hanno certamente permesso alla sua anima di sentirsi parte di una natura, di una terra che dopo averla generata l’ha riaccolta nell’ultimo ed estremo atto:

In riva al lago azzurro della vita / son corpi le nuvole bianche / dei figli carnosi del sole: / già l’ombra è alle spalle, catena / di monti sommersi. / E a noi petali freschi di rosa / infioran la mensa e son boschi / interi e verdi di castani smossi / nel vento delle chiome: / odi giunger gli uccelli? / Essi non hanno paura / dei nostri volti e delle nostre vesti / perché come polpa di frutto / siamo nati dall’umida terra (Pasturo, 10 luglio 1938).

Oggi, come aveva espresso nell’ultima volontà affidata ad una lettera indirizzata ai genitori, Antonia riposa a Pasturo sotto un masso della Grigna, fra i cespi di rododendro: «Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace».

In apertura, Antonia Pozzi, al rifugio Principe di Piemonte, 1934

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