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Il Benini ricorda Alberto Veca, docente, intellettuale, amante del sapere

di Sara Marsico

Sabato 20 scorso una delegazione di docenti ed ex docenti del Benini ha intitolato la sala professori della scuola ad Alberto Veca, amato docente di lettere, scomparso nel 2009.

Era dal 2019 che si era decisa questa intitolazione, ma le norme anti Covid non l’avevano consentita. Anche questa volta in sala professori hanno potuto essere presenti solo pochi docenti, oltre ai familiari. Gli altri colleghi e amici, una trentina, hanno atteso nella piazzetta antistante la scuola, non essendo possibile creare assembramenti né sotto il portico né nel grande cortile della scuola.

Hanno ricordato Alberto Veca, che, oltre a essere un docente è stato anche un artista e un critico d’arte, autore di numerosi libri, la moglie Ida Regalia, i figli Giovanni e Alessandro, la ex dirigente del Benini, Adriana Abriani.

Di seguito il testo che ho scritto a nome di tutti i colleghi e colleghe che hanno avuto la grande fortuna di conoscerlo.

«Se siamo tutti qui oggi per intitolare la sala professori ad Alberto Veca è perché Alberto è stato un insegnante particolare e speciale, che ha segnato la storia del Benini, è stato un po’ la storia del Benini ed è un po’ questo che la targa vuole mettere in luce quando dice: «Noi qui, capitati per caso, rimasti per scelta».

Abbiamo avuto il piacere e l’onore di lavorare con Alberto e di conoscerlo dalla fine degli anni Ottanta fino al 2009; ed è stato il periodo in cui il Benini era un laboratorio di pensiero e di progettualità, non semplicemente un luogo di lavoro.

Molti tra i presenti hanno davvero scelto di rimanere qui, pur potendo insegnare in luoghi vicini a casa, perché al Benini si respirava un’aria pulita e di “civiltà”, parola tanto amata da Alberto.

Per un gruppo in particolare di persone, che sono quelle che tanto si sono battute per avere una targa intitolata a suo nome, Alberto è stato veramente un punto di riferimento. Lo è stato (e si fa fatica a crederlo oggi) all’interno dei Collegi dei docenti, in cui con i suoi interventi ci faceva pensare e ci rendeva consapevoli di non essere semplicemente impiegati dello Stato, ma di essere educatori, formatori, animatori e amanti del sapere. I nostri Collegi dei docenti erano luoghi in cui prendevamo la parola e ci confrontavamo e da cui spesso uscivamo non avviliti e frustrati, ma pieni di stimoli, come peraltro nei Consigli di classe in cui lavoravamo con lui.

Alberto non era solo un insegnante, ma un grande intellettuale, Maestro di pensiero. Sappiamo tutti della sua grande preparazione come critico d’arte di cui abbiamo potuto godere nelle lezioni che ci ha fatto quando ancora potevamo fermarci oltre l’orario di lezione, come carbonari, nelle aule della scuola e della sua grande umanità, che gli faceva accogliere ogni persona, nuove colleghe e colleghi, collaboratori scolastici, assistenti tecnici e amministrativi, con la stessa curiosità per l’essere umano.

Spesso ci ricordava che per essere insegnanti era indispensabile che ci piacessero le persone e a noi, che nel tempo mi piace credere siamo anche suoi amici, ricordava il piacere della convivialità, del buon mangiare e bere insieme, quando ci ritrovavamo nei nostri pranzi e nelle nostre cene in cui ci ricordava che era assolutamente vietato parlare di scuola, e si imparava l’importanza della levità, altra parola che compare sulla targa, levità da praticare nella nostra professione e nella vita, senza prenderci troppo sul serio.

Alberto è rimasto per scelta al Benini, avrebbe potuto insegnare in un liceo classico di Milano, ma ha voluto restare al tecnico perché i suoi studenti potessero avere le stesse opportunità di approfondimento culturale dei liceali, gli stessi stimoli, la stessa apertura mentale che oggi noi riscontriamo in loro, quando li incontriamo.

Gli anni del Benini sono stati una gara tra noi a fare della scuola un laboratorio di pensiero e un centro che svegliava la città.  La nostra professione è una professione sottovalutata e in particolare da quegli anni in poi sottoposta a un processo di delegittimazione.

Ebbene il Benini, anche per la presenza di Alberto, di una dirigente come Adriana Abriani e dell’incontro virtuoso di molte persone affini si è sforzato di tenere alto il livello della scuola e di farla diventare il luogo in cui gli studenti potessero sentirsi bene, sentirsi accolti, sentirsi stimolati a prendere parte di questo istituto che organizzava mostre, spettacoli, serate pubbliche, proteste, incontri culturali per la cittadinanza, eventi in cui l’apporto discreto di Alberto portava un tocco di raffinatezza e da cui tutti, io per prima, potevamo imparare.

Le parole che abbiamo scelto per la targa sono state il frutto di un lungo confronto tra noi. Alla fine abbiamo preso spunto da alcune frasi tratte da un carteggio tra Alberto ed Enrica Peraboni, un’altra grande Maestra in questa scuola, che tutti ricordiamo con immenso affetto, per la sua, perdonate l’ossimoro, leggerezza profonda.

Abbiamo messo insieme queste parole come viatico per le nuove generazioni di docenti che attraverseranno questa sala, come stimolo all’insofferenza verso certe futilità, come l’eccesso di burocratizzazione che sta snaturando la nostra bellissima professione, e a coltivare quelle stesse affinità che possano unirli nel continuare a fare del Benini una scuola in cui si sta bene, si pratichi la cura delle relazioni e si sperimenti una società più accogliente e più simile a quella progettata dalla Costituzione, uno stagno fecondo, apparentemente immobile ma sotto cui si cela una grande ricchezza.

Se c’è una cosa che caratterizza la scuola è la sua smemoratezza.  A fine anno si tolgono i cartelloni si fanno le pulizie e l’anno dopo si ricomincia. Tutto il lavoro prezioso di formazione ed educazione che è stato svolto scompare dai luoghi, tutto quello che si è costruito come comunità educante si perde…

Ecco, noi vorremmo con questa targa andare in direzione ostinata e contraria, lasciare un segno di quello che abbiamo costruito insieme ad Alberto e grazie a lui, perché abbiamo un’idea della scuola molto più alta di quella che ne fa la narrazione dei media. Alberto ha insegnato fino all’ultimo giorno della sua vita e quando penso a quello che ci ha dato mi vengono in mente le parole di Primo Levi, nella poesia Agli amici, di cui qui mi piace ricordare una parte.

Cari amici, qui dico amici,

Nel senso vasto della parola:

Moglie, sorella, sodali, parenti,

Compagne e compagni di scuola,

Persone viste una volta sola

O praticate per tutta la vita:

Purché fra noi, per almeno un momento,

Sia stato teso un segmento,

Una corda ben definita….

…Ricorda il tempo

Prima che s’indurisse la cera,

Quando ognuno era come un sigillo.

Di noi ciascuno reca l’impronta

Dell’amico incontrato per via;

In ognuno la traccia di ognuno.

Per il bene od il male

In saggezza o in follia

Ognuno stampato da ognuno.

Grazie, Alberto, per la tua grande umanità e per quello che di tuo è rimasto in noi.

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