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Il futuro dei parchi nel territorio milanese (terza parte)

di Paolo Lozza

In un mondo ideale il fenomeno del consumo di suolo si combatterebbe attraverso la pianificazione territoriale, soprattutto quella di area vasta.

In una Città Metropolitana di Milano ideale – il cui territorio è già urbanizzato per più del 40% (fonte, regione Lombardia, Dusaf 2018, classe 1) – il Piano Territoriale Metropolitano recentemente adottato, e ora in fase di approvazione, avrebbe potuto essere la grande occasione per una svolta storica se avesse decretato l’obbligo di un consumo di suolo a bilancio zero, ed era possibile.

Ma così non è stato, a mio avviso con grave colpa dell’amministrazione di Città Metropolitana (in seguito CM).

Ancora una volta sarà necessario che le aree protette, i parchi, si facciano carico di frenare l’urbanizzazione.

Grazie a un progetto di legge regionale a mio avviso sbagliato e pericoloso (il PdL 106), in questi mesi si è aperto un dibattito sull’assetto di governo del Parco Agricolo Sud Milano e come discussione “derivata” si parla anche dell’opportunità o meno di istituire un unico grande Parco Metropolitano.

Per verificare l’eventuale opportunità di istituire un Parco Metropolitano è doveroso dare uno sguardo al territorio di Città Metropolitana dal punto di vista della sua rete ecologica, intesa in senso lato, e dei suoi gradi di tutela, soprattutto nell’ottica, come si diceva, del freno al consumo di suolo.

I parchi regionali

Della superficie complessiva di quasi 158mila ettari di CM (distribuiti nei 133 comuni della ex Provincia di Milano, compresa l’isola di San Colombano al Lambro), 78mila sono all’interno dei parchi regionali: Parco Sud (47.045), Ticino (24.681), Adda Nord (2.734), Groane (2.539) e Parco Nord (790).

Solo Parco Sud e Parco Nord sono totalmente compresi nel territorio della CM.

I confini di un parco regionale sono stabiliti dalla sua legge istitutiva; possono essere modificati attraverso una variante del Piano Territoriale di Coordinamento, ma solo in modo molto limitato, e non è mai successo che siano stati ridotti (ad eccezione di una variante del Parco Sud che, seppur non abbia formalmente modificato i suoi confini, attraverso una integrazione normativa puntuale ha sostanzialmente ridotto la sua superficie di circa 100mila metri quadrati nel comune di Vignate).

In ogni caso la modifica dei confini di un parco regionale comporta un iter approvativo molto lungo e complesso, che coinvolge l’organo direttivo dell’ente gestore, l’assemblea dei Comuni e la giunta regionale (nel caso del Parco Sud, anche il Consiglio Metropolitano).

Da ultimo è necessario segnalare che la forte tutela territoriale vigente nei parchi regionali non riguarda ovviamente le aree urbanizzate al loro interno, ma purtroppo neppure vaste aree agricole adiacenti ai centri abitati di alcuni parchi (il parco del Ticino in particolare); sono le cosiddette “Zone di iniziativa comunale”, nelle quali la sovranità dell’amministrazione comunale è pressoché totale e le possibilità di urbanizzazione molto alte.

I Parchi locali di interesse sovracomunale (Plis)

Oltre ai 5 parchi regionali, nella CM. di Milano troviamo 17 Plis, dei quali 9 sono interprovinciali, ovvero si estendono anche su comuni in provincia di Monza-Brianza, Varese, Como, Lecco, Lodi e Pavia.

La superficie totale dei Plis (considerando, per quelli interprovinciali, la sola quota milanese) ammonta a 9.232 ettari.

La loro governance è diversificata:

  • 12 Plis sono retti da una convenzione tra i Comuni, formula più agile ma meno autonoma e strutturata, molto dipendente dalla capacità e dalla volontà attiva del Comune capofila;
  • 4 fanno capo a un Consorzio, ente autonomo con costi fissi di gestione leggermente maggiori;
  • 1 fa capo all’unico Comune del parco (Pioltello, Parco delle Cascine).

Tutti i Plis, qualcuno più qualcuno meno, hanno una struttura tecnica e politica estremamente debole.

Così come è estremamente debole il livello di tutela vigente, in quanto la delimitazione del Plis è legata solo allo strumento urbanistico comunale (Pgt). Ancorché non sia frequente, modifiche dei confini in riduzione sono già avvenute, spesso mascherate da contestuali aumenti di superficie in altre zone poco significative. Le normative di tutela sono meno stringenti di quelle di un parco regionale.

Anche se le aree a tutela naturalistica sono limitatissime, la geografia dei Plis rappresenta un insostituibile elemento sul quale si regge la rete ecologica dell’intera area metropolitana.

Il finanziamento di routine dei Plis è oggi quasi esclusivamente dipendente dalle quote di risorse versate da ciascuno dei 41 Comuni coinvolti.

Gli ambiti agricoli di interesse strategico

La campagna a sud di San Giuliano (foto © Adriano Carafòli)

Tra le previsioni del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) – che a breve sarà sostituito dal Piano Territoriale Metropolitano (PTM) – troviamo gli Ambiti Agricoli di Interesse Strategico (AAS). Ovviamente non si tratta di “aree protette” nel senso classico.

Però, in un’ottica di tutela territoriale, sarebbe miope non tenerne conto.

A differenza delle aree protette propriamente dette, gli AAS rappresentano solo una zonizzazione urbanistica che individua, a livello provinciale, le aree destinate all’agricoltura.

Già questo ci indica come tale zonizzazione sia di vitale importanza nella battaglia contro il consumo di suolo.

La normativa degli AAS non prevede alcun vincolo di tutela della naturalità/biodiversità, né azioni di sviluppo della fruizione: il loro valore è solo quello legato alla tutela della funzione primaria, l’agricoltura.

Si comprende però che anche la sola protezione della funzione agricola comporta un minimo di ricadute positive per l’ambiente nel suo complesso.

Ma la cruciale importanza degli AAS sta soprattutto nel fatto che da un lato la loro normativa è prevalente sui PGT comunali, e dall’altro che la modifica dei loro confini comporterebbe una variante del PTM, iter piuttosto complesso e molto partecipato in diverse sue fasi (Consiglio metropolitano, Comuni, giunta regionale).

Gli AAS delimitati nel PTM milanese ammontano a circa 67.000 ettari, la maggior parte dei quali all’interno di parchi regionali o di Plis.

Ma in questo ragionamento ci interessano soprattutto i quasi 10mila ettari di AAS che si trovano al di fuori delle aree protette, vale a dire un territorio di dimensione superiore a quella dei 17 Plis metropolitani che è tutelato dal PTM adottato lo scorso 29 luglio; una tutela qualitativamente meno sofisticata, quasi grossolana, ma normativamente molto più sicura.

Pieve Emanuele, Ripamonti Residence (foto © Adriano Carafòli)

Che fare?

Ricapitolando: se sommiamo i parchi regionali (77.789 ettari), i Plis (9.232) e gli ambiti agricoli di interesse strategico fuori dalle aree protette (9.698) arriviamo ad una superficie di quasi 97mila ettari.

Fuori da queste aree il restante territorio non urbanizzato è formato da una piccola quota classificata “agricola” nei PGT, mentre il resto è agricolo allo stato di fatto ma destinato all’edificazione negli ipertrofici PGT vigenti.

Il dato quantitativo di queste aree “in pericolo” non è noto con certezza: le stime più prudenti indicano circa 5mila ettari.

Appare evidente che la battaglia odierna contro il consumo di suolo dovrebbe concentrarsi soprattutto su questi 5mila ettari fuori dai parchi regionali, fuori dai Plis, non classificati AAS, ma in semplice “attesa” di edificazione, in barba alla legge regionale 31 del 2014 (Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo) finora assolutamente inefficace.

Accanto a questa sacrosanta e prioritaria battaglia – la più difficile perché si tratta di modificare le destinazioni urbanistiche – mi sembra parallelamente importante occuparsi del grado di tutela vigente sul territorio dei Plis.

Se in altre zone della Lombardia la situazione non desta particolari preoccupazioni, nell’area metropolitana milanese, dove le pressioni edificatorie sono sempre molto forti, un vincolo legato alla semplice destinazione urbanistica comunale è oggettivamente molto precario.

A ciò si aggiunga la debolezza delle strutture tecniche, gestionali e finanziarie tipiche delle aree protette locali.

Quindi se analizziamo l’insieme delle aree protette nella più moderna ottica di “rete ecologica”, salta agli occhi che è necessario intervenire soprattutto su quei 9.000 ettari di Plis che, seppur insostituibili per la composizione della rete ecologica milanese, versano in una situazione di incertezza e di vulnerabilità grandissime, per fortuna con qualche dovuta eccezione.

Mettere in sicurezza più di 63mila ettari

Stando così le cose, la discussione sull’ipotesi del parco metropolitano non può che farci arrivare alla sola conclusione sensata, ovvero l’opportunità creare un unico parco regionale all’interno del quale far confluire quanto meno i territori delle aree protette oggi interamente ricomprese nei confini di CM.: i 47.045 ettari del Parco Sud, i 5.459 ettari degli otto Plis interamente milanesi e i 790 ettari del Parco Nord, per un totale di 53.294 ettari.

Già il solo obiettivo di elevare i Plis al rango di parco regionale giustificherebbe la non facile sfida di “rivoluzionare” le aree protette milanesi.

Ma a questo sarebbe utilissimo aggiungere altri due obiettivi.

Primariamente quello di inserire nel perimetro i 10.000 ettari degli Ambiti agricoli di interesse strategico oggi all’esterno delle aree protette, arrivando in tal modo a tutelare 63mila ettari.

Secondariamente quello di assegnare una precisa e cogente tutela anche a quei territori che oggi, nei diversi piani territoriali (PTM e PTR in particolare), vengono indicati come “corridoi ecologici”, ma che sono purtroppo privi di una normativa vincolante.

Il valore aggiunto di un solo Parco regionale metropolitano

Ecco quindi un primo elenco dei vantaggi che un nuovo unico parco regionale metropolitano potrebbe comportare:

  • aumento della qualità di protezione del sistema delle aree protette esistenti attraverso l’elevazione dei Plis al rango di Parco Regionale;
  • aumento della superficie territoriale protetta attraverso l’annessione degli AAS e degli attuali corridoi ecologici;
  • vantaggi economici derivati da economie di scala;
  • aumento della capacità di realizzare investimenti grazie all’aumento della capacità di cofinanziamento;
  • aumento delle capacità realizzative di progetti sovracomunali, come ad esempio quelli di forestazione urbana e periurbana;
  • possibilità di aumento delle strutture di controllo sul territorio (polizia del parco?);
  • possibilità di innalzamento complessivo della competenza tecnica del personale;
  • possibilità di efficientamento generale delle funzioni ordinarie.

In apertura, fontanile e marcite a Buccinasco (foto © Adriano Carafòli)

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