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Il mio 25 aprile

Ogni anno in questo giorno il mio pensiero è sempre per il mio papà, non che negli altri giorni dell’anno non pensi a lui, ma il 25 aprile è il giorno che più mi rende orgoglioso di essere suo figlio e soprattutto è il giorno in cui ho il dovere morale di ringraziarlo per quello che mi ha insegnato e ha fatto ed è stato per me.

Ho sempre nella mente i racconti della tua giovinezza; non sei stato molto fortunato hai perso la mamma quando eri ancora un bambino mentre lei stava per darti una sorellina che purtroppo è morta anche lei, negli anni venti partorire alcune volte invece di essere un momento di immensa felicità poteva diventare un momento di immensa tragedia. E così a nove anni sei rimasto senza la mamma.

Dai tuoi racconti si capiva che la tua era una famiglia felice, tuo papà dirigente alle poste di Cuneo e la mamma casalinga, figlia di una famiglia di viticoltori del monregalese, insomma avevi davanti un futuro sereno e che ogni bambino di nove anni si aspetta. Mi raccontavi delle giornate trascorse nella tenuta di Farigliano a giocare tra i vigneti con tuo cugino Beppe o nella casa dei nonni materni di Mondovì. Ma con la morte della mamma la tua vita è cambiata. Raccontavi controvoglia degli anni in collegio dai Salesiani, si perché tuo papà vedovo come avrebbe potuto crescere un bambino di nove anni da solo? Insomma anni difficili.

E poi gli anni della guerra ad Orvieto, in aeronautica sui Savoia Marchetti SM 79 soprannominato “gobbo maledetto” per la gobba sulla fusoliera, già nel 1939 in Albania e poi in Italia fino al giorno dell’armistizio.

L’8 settembre 1943: quel giorno inizia la parte più importante della tua vita, mi ha sempre affascinato sentirti raccontare del viaggio da Orvieto a Cuneo cercando di sfuggire agli arresti, a volte a piedi a volte con mezzi di fortuna, trovando passaggi improbabili ma provvidenziali per raggiungere la tua casa di Cuneo.

E dopo quasi un mese e mezzo ci sei arrivato finalmente a casa ma anche lì non ci  potevi rimanere per il rischio di essere arrestato come disertore e deportato oppure, in alternativa, di aderire all’esercito della repubblica sociale italiana, ma è stato l’incontro con un tuo vecchio compagno di giochi e di scuola che ti ha spinto a diventare un “ribelle” ed in questa tua scelta era ben chiaro quale fosse il tuo orizzonte. Quel tuo amico, che ti ha fatto prendere il sentiero della montagna, era Giorgio Bocca.

La Valle Roia è bellissima, la conosco bene perché l’ho percorsa moltissime volte a bordo del mio fuoristrada perché da lì parte una delle più belle strade militari d’Europa, strada di confine tra Piemonte, Liguria e Francia, ma è stata anche  teatro di guerra e ho imparato a conoscerla soprattutto attraverso i tuoi racconti; è lì che la tua vita da Partigiano è incominciata nella 1° Divisione Alpina Giustizia e Libertà Valle RoiaA col nome di battaglia “Nicola” che era un omaggio al tuo papà.

Era bellissimo stare ad ascoltarti mentre mi raccontavi di quando avevate fatto saltare il ponte di Vernante della ferrovia Cuneo/Nizza per tagliare i collegamenti dell’esercito tedesco, o di quando scendevate a valle nei paesi a fare scorte di provviste o per inviare e ricevere messaggi delle vostre famiglie che le staffette vi consegnavano, confidando nell’aiuto e nella generosità della popolazione, sempre con la paura e l’angoscia dei rastrellamenti massicci che l’esercito tedesco effettuava in quelle zone per loro strategiche.

La lotta in Valle Roia è infatti una “strana guerra”, come scrive nel bellissimo libro “Pietà l’è morta” il tuo comandante Nino Monaco: “C’era qualcosa di affascinante e di suggestivo in quel giocare a rimpiattino con il nemico, in quella guerra fatta di astuzia e di azzardo, nella quale avevamo avuto sempre noi l’iniziativa. Il nemico non era mai riuscito nemmeno a prendere contatto con noi. Quando capitava in un luogo, magari dietro segnalazione di una spia, non trovava altro che le tracce del nostro passaggio e a volte neanche quelle perché avevamo avuto tempo di distruggere ogni indizio. Il meccanismo da cui dipendevano le nostre possibilità di esistenza era delicatissimo, e dalla sua precisione tutto dipendeva, la vita e la morte.”

E poi il racconto del tuo ingresso a Boves, nella seconda rappresaglia perpetrata ai danni di questa città martire dall’esercito tedesco e dai fascisti della Rsi. L’orrore nei tuoi occhi era ancora lì ed io era come se fossi stato lì con te mentre procedevi a passo lento tra le vie della città vuota, deserta, tra le case in fiamme ed i poveri corpi barbaramente giustiziati, seduti sulle sedie e con le mani inchiodate a dei tavolacci, uccisi con un colpo alla nuca o appesi per il palato con i ganci metallici da macellaio ed esposti ai balconi. Le rappresaglie erano le cose che ricordavi con maggior disprezzo verso i comportamenti dei nazifascisti che senza scrupoli trucidavano anziani, donne e bambini inermi.

E poi il trasferimento alla 3° Divisione Giustizia e Libertà Langhe, quando ormai la fine e la vittoria della guerra erano vicine.

Sapevi che la tua vita, in ogni istante, era in pericolo ma  eri disposto a perderla per i tuoi ideali di libertà e giustizia, per il tuo futuro e anche per quello dei tuoi figli, senza sapere se ne avresti mai avuti. Per un’Italia libera dalla dittatura fascista.

Oggi, se tu fossi qui, saresti sicuramente emozionato, orgoglioso e anche felice nel sentire la nostra nipotina Matilde di 4 anni cantare “Bella Ciao”, e si papà gliel’ho insegnata io come tu hai fatto con me perché come mi hai sempre raccomandato  “non dobbiamo mai dimenticare”.

E oggi voglio ringraziarti per quello che hai fatto, nel tuo piccolo, per l’Italia ma soprattutto per i tuoi ideali e i tuoi valori  che mi hai insegnato sin da piccolo.

Sei stato un Grandissimo Papà, buon 25 aprile.

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