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“Io sono il re lucertola e posso fare qualsiasi cosa”. Vita, morte e quel che ci resta di Jim Morrison / 3

di Alessandro Arioldi

Waiting for the Sun è il terzo album dei Doors, che nasce nelle condizioni peggiori possibili, con la marcata contrapposizione di Morrison da una parte, che non più interessato a Lsd e droghe varie che giravano all’epoca nell’ambiente musicale, si dedica però molto spesso all’alcol e dall’altra parte, gli altri tre suoi compagni di strada, preoccupati e spazientiti dalla scontante condotta del loro leader, che arriva quasi sempre ubriaco in sala di registrazione.

Ma nonostante tutto, l’album vede la luce, anche se dopo estenuanti sessioni di registrazione, dove la maggior parte del tempo era impiegata “waiting for Morrison”, sino al punto che i brani dovettero essere eseguiti da Jim da solo sulla musica già registrata dagli altri tre, anziché suonare tutti insieme, com’era stato fino a quel momento.

La tensione interna al gruppo e la depressione alcolista di Morrison erano giunte a un punto di saturazione.

L’album successivo è definito il “disco brutto” dei Doors, zoppo e deludente, Soft Parade risulta ugualmente un album interessante, utile a raccontare un passaggio cruciale del gruppo; qualcosa doveva esplodere, per sperare di poter proseguire in quella storia.

Nonostante le intemperanze, rese rabbiose dal bere e le molte mancanze, Morrison sentiva di avere stretto un patto di ferro con i compagni, lo pensava veramente e dal suo punto di vista, lo aveva sempre rispettato.

Aveva anche provato a chiedere aiuto, confidando a Manzarek di essere sull’orlo di un esaurimento nervoso e che avrebbe voluto fermarsi, lasciare la band.

Ne avrebbe avuto assoluto bisogno, ma nessuno gli diede retta, soprattutto perché, cruda e triste verità, nessuna delle persone che aveva intorno, gli altri tre Doors compresi, avrebbe avuto la benché minima speranza di farcela senza di lui.

Morrison anche se distrutto dall’alcol e in balìa dei suoi traumi, era la sola occasione per tutti loro di ritagliarsi uno spazio nel mondo.

Manzarek era più preoccupato della fine dei Doors, che dell’effettivo stato di salute di Jim; gli interessavano i soldi e nel modo più mediocre, sfruttando e spolpando quello che Morrison gli aveva lasciato, riuscì a far profitti fino alla sua dipartita, nel 2013.

Un altro episodio che amareggiò molto Morrison, fu legato ad un suo viaggio a Londra per riprendersi la sua Pam, fuggita con un amante; soprattutto per evitare che lei si riperdesse nei meandri dell’eroina, visto che il suo boyfriend era un noto pusher dell’ambiente.

Al suo ritorno a Los Angeles, ebbe la sconcertante notizia che i suoi tre soci avevano accettato un contratto con una casa automobilistica per poter usare Light my Fire, come spot pubblicitario.

Naturalmente Morrison il poeta, che spesso inseguiva i suoi sogni, si sentì profondamente tradito dall’ingordigia dei suoi tre soci, che fino a quel momento aveva considerato degni di dividere in parti uguali, i risultati delle sue composizioni.

Ma d’ora in avanti, decise che i brani dovevano essere firmati dall’autore effettivo e che il loro diventava solamente un rapporto di lavoro.

La storia dei Doors poteva prendere una svolta negativa, per le sregolatezze di Morrison in studio, dove l’alcol rimaneva il suo miglior compagno, contribuendo ad acuire le tensioni all’interno del gruppo e nelle performance altalenanti dei concerti, dove le frequenti intemperanze sul palco lo portarono anche agli arresti, soprattutto dopo i noti fatti del concerto di Miami.

Nel 1970, per presentarsi diverso e rifarsi un’immagine, Morrison aveva ritrovato l’energia necessaria per riprendere la sua carriera di scrittore e poeta, riuscendo a far pubblicare le sue poesie da una prestigiosa casa editrice, scegliendo di firmarsi James Douglas Morrison.

Nonostante avessero pubblicato quattro album in meno di tre anni, la casa discografica premeva sulla band per la realizzazione di altri due dischi, uno in studio e uno dal vivo.

Ma per le vicende viste e le continue provocazioni di Morrison ai danni di platee, che non esternavano il loro pieno coinvolgimento alle sue composizioni, le tensioni derivate avevano creato un evidente ostracismo della maggior parte dei promoter d’America nei riguardi dei Doors; anche perché era stato aperto un dossier su Morrison da parte del Fbi.

Malgrado ciò, il gruppo mantenne fede alle richieste dell’Elektra; oggi nessun artista pubblicherebbe così tanto materiale in così poco tempo e sicuramente, quella pressione a produrre senza sosta, non giovò a un Jim Morrison, già tormentato per sua natura.

Il quale raccoglieva, ciò nonostante anche altre soddisfazioni, con l’uscita del film-documentario

A Feast of Friends, sulla vita dei Doors; nato da un’idea di Morrison nel 1969, ebbe una discreta accoglienza, girando per vari festival americani e vincendo anche dei premi.

La sua fama, però era in declino e anche la stima dei suoi soci era venuta meno, ma scrivendo quasi tutto l’album successivo, salvò ancora i Doors dal possibile oblìo, conseguenza che poteva realizzarsi dopo un altro disco deludente.

Il quinto disco si apre con Roadhouse Blues in cui Jim riuscì a condensare in pochi elementari versi un pezzo d’America; quel brano e buona parte dell’album, suona tanto vero e sincero, quindi potente, perché egli viveva davvero così, negli hotel di second’ordine, dove si rifugiava per scappare dal mondo, in cui non fu mai a proprio agio.

Erano i suoi luoghi d’elezione, dove si rintanava per le sue avventure bisessuali, che teneva il più possibile nascoste, avendo timore che ciò avrebbe distrutto la sua immagine; titolo non fu più azzeccato per definire quell’album, uscito nel febbraio 1970: Morrison Hotel.

 

Siamo giunti al disco della fine, l’ultimo che potranno incidere i Doors, L.A.Woman, forse il disco con il sound migliore della loro storia.

Morrison non era più il “Re lucertola” già da un po’, nonostante la storia sia compressa in poco più di cinque anni; Jim aveva 26 anni, anche se a detta di chi lo conosceva, ne dimostrava una quarantina, inevitabilmente, visto la sua quotidianità: quasi sempre ubriaco, sempre con la sigaretta in bocca, droghe varie sempre a portata di mano.

Cominciava a soffrire di bronchite cronica, i problemi giudiziari si sommavano a cause per presunte paternità, che spuntavano dai luoghi vari dei tour dove i Doors avevano suonato e addirittura un processo per pirateria aerea.

Intanto aveva visto la luce il suo primo libro di poesie, ma Morrison sapeva che i poeti dell’epoca non lo avrebbero accettato nella loro cerchia, anche se probabilmente, era migliore di molti di loro.

Quei mesi furono funestati dal processo di Miami, quello della presunta esposizione pubblica dei “sacri gioielli” del Lizard King; nonostante le prove contro di lui fossero quasi inesistenti, la causa venne montata ad arte perché faceva comodo politicamente, ai benpensanti conservatori e ai repubblicani al potere.

Morrison era il capro espiatorio perfetto, per mostrare il pugno duro della reazione contro i “giovinastri capelloni” che, dalla Summer of Love avevano deciso di sovvertire l’ordine di un paese dai sani principi come gli Usa.

E sapeva di rischiare seriamente la galera (continua).

 

 

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