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La concretezza della solidarietà. Il Centro di Ascolto di Melegnano

intervista di Pietro Mezzi

Loro sono Donatella, Franca, Antonietta e Augusta. Sono alcune delle volontarie del Centro di Ascolto di Melegnano, un punto di riferimento importante per le persone in difficoltà della nostra città.

Il centro è lo “strumento pastorale” della Caritas Ambrosiana, voluto e sostenuto dalle tre parrocchie di Melegnano, che ascolta, orienta e si fa carico di chi a Melegnano vive in stato di disagio. È una delle reti di solidarietà di cui è ricca la nostra comunità.

È attivo qui da noi dal 1987, nato su iniziativa di don Alfredo Francescutto e delle tre parrocchie. In quasi trentacinque anni di attività ha cambiato sede alcune volte: dopo l’avvio in via Castellini e poi il passaggio in via Solferino, oggi le volontarie si ritrovano nei locali della parrocchia del Carmine, di via Alighieri al civico 2, messi a disposizione dell’allora parroco del Carmine, don Giuseppe.

Con loro 20zero77 ha fatto una lunga chiacchierata, per capire come si lavora e cogliere qual è oggi la faccia della povertà nella nostra città.

«Negli anni, la nostra attività – racconta Donatella, la coordinatrice del gruppo – è mutata. All’inizio ci occupavamo anche delle persone in difficoltà provenienti dai comuni vicini. E i casi da affrontare erano numerosi, troppi. Per fortuna, sono nati altri centri di ascolto a Vizzolo, San Zenone, San Giuliano, Cerro al Lambro, Carpiano, Siziano, Lacchiarella. Questo ci ha permesso di concentrarci unicamente sulla nostra realtà».

Oggi il centro è aperto un paio d’ore, tre volte la settimana: lunedì dalle 16 alle 18 e mercoledì e venerdì dalle 10 alle 12.

«Siamo una dozzina di volontarie, tutte donne: se fossimo di più potremmo tenere aperto lo spazio per più tempo, ma ci dobbiamo accontentare. Il lavoro comunque non manca e negli orari di apertura dobbiamo essere sempre in due».

La faccia della povertà

Donatella è impegnata in questa attività di volontariato dalla seconda metà degli anni Novanta: ha chiaramente in mente i mutamenti sociali che in quasi trent’anni sono intervenuti nella società milanese e locale e che hanno cambiato il profilo di coloro i quali, nel tempo, hanno bussato alla porta della sede.

«Il nostro è un osservatorio sulle povertà e sul bisogno di aiuto, fenomeni che in questi decenni sono cambiati anche molto, in relazione ai flussi migratori nazionali e locali e all’andamento delle crisi economiche. Nella prima fase di funzionamento, anni fa, ci siamo confrontate con l’arrivo di persone provenienti dall’Albania; successivamente, con la crisi economica del 2008. In quel periodo si rivolgevano a noi anche le famiglie italiane e le persone che avevano perduto il lavoro. Anche quelle appartenenti al ceto medio, con mutui da pagare, che avevano perso tutto o quasi tutto. Diversi di loro ci raccontavano della difficoltà incontrate a bussare alla nostra porta per chiedere di avere il pacco alimentare o di pagare la bolletta delle utenze. Poi, per fortuna, il morso della crisi si è un poco attenuato, le persone hanno ripreso a lavorare e anche questa spinta è diminuita».

Poi, c’è stato il Covid…

«Con la pandemia abbiamo verificato un altro cambiamento nel profilo sociale del bisogno. Con il primo lockdown, i primi a bussare sono state le persone straniere con lavori precari o nelle cooperative. In quella fase il numero di pacchi che ogni mese consegnavamo loro superava le 110 unità. Oggi il dato è leggermente calato: siamo sulla novantina».

Il pacco alimentare

È un aiuto concreto alle famiglie in difficoltà. Un aiuto sconosciuto ai più, ma che dice molto di ciò che accade nelle famiglie delle nostre città.

«Funziona così – ci illustra Antonietta -. Noi siamo collegati al Banco che ci fornisce la merce; i volontari, questa volta anche con l’aiuto di alcuni uomini, sulla scorta delle schede di cui disponiamo, formano i pacchi, la cui composizione varia in relazione alle dimensioni e alle caratteristiche del nucleo familiare. In aggiunta, ci sono i generi alimentari raccolti dalle parrocchie e da alcuni market cittadini. Dentro c’è di tutto. Non sempre si trova ciò che una famiglia vorrebbe, purtroppo. In relazione agli arrivi di cibo, cominciamo a impacchettare: alla fine gli scatoloni occupano tre stanze. Una volta al mese, con messaggi telefonici, avvisiamo le persone di provvedere al ritiro».

A collaborare con il Centro ci sono anche le parrocchie, con il progetto “Sostieni una famiglia”. Ma non solo loro: nel periodo più duro del Covid, i supermercati hanno dato una mano importante e così pure singoli cittadini e associazioni locali.

L’evoluzione di questo servizio potrebbe consistere nella creazione di un emporio, di uno spaccio alimentare, nel quale le persone possono acquistare ciò che serve loro e pagare attraverso una carta prepagata.

La centralità dell’ascolto

Il sostegno alimentare non è l’unica attività svolta.

«Assolutamente no. L’ascolto è l’attività centrale – precisa Augusta – che serve per conoscere i bisogni e calibrare il sostegno. Tutto parte da lì. Da questa attività si dà vita ad altre iniziative, come l’indicazione dei percorsi che le persone bisognose devono seguire per avere aiuto e accesso ad altri servizi, quali le scuole di italiano per stranieri, la fornitura di indumenti dalla parrocchia del Giardino o, caso frequente, il contatto con i servizi del Comune e con le assistenti sociali».

Poi ci sono i contributi economici, che provengono da diverse parti: privati, parrocchiani, associazioni.

«I soldi ci servono per aiutare a pagare le utenze di gas e luce, i libri di scuola dei figli e anche i farmaci – afferma Franca -. Alla base di questa attività c’è la conoscenza della storia delle singole famiglie. Con l’home banking paghiamo le bollette, mentre per le medicine abbiamo un accordo con le farmacie locali».

Fin qui il lavoro svolto dalle volontarie. Un lavoro che si traduce in numeri.

«Nel periodo 2020-2021 abbiamo registrato 80 nuovi contatti nell’attività di ascolto – aggiunge Donatella -. A questi si aggiungono gli ascolti telefonici o in presenza con persone già seguite dal centro. A questi numeri si aggiungono 2.200 pacchi alimentari, circa 200 pagamenti tra utenze domestiche, medicinali, biglietti del treno, libri e materiale scolastico, pannolini, latte in polvere e prodotti per la prima infanzia».

Il reddito di cittadinanza

La chiacchierata con il nucleo base delle volontarie si spinge anche sul tema del reddito di cittadinanza. Un tema che la stessa Caritas Ambrosiana, nel suo Rapporto annuale sulla povertà nella diocesi milanese (vedi articolo di 20zero77), ha definito importante e utile nell’emergenza sanitaria ed economica dello scorso anno, che va mantenuto, finanziato e migliorato nella sua destinazione finale.

«Il reddito di cittadinanza – ammette Donatella – si è rivelato molto utile come forma di aiuto in questo difficile contesto. Ma come accade, anche qui da noi abbiamo avuto un paio di casi dove, a fronte di offerte di lavoro, abbiamo registrato altrettante rinunce. A quel punto abbiamo deciso di comune accordo di sospendere gli aiuti. Il nostro compito è sì ascoltare le persone, ma anche di farle crescere».

Formazioni e democrazia interna

Per svolgere attività di questo tipo, delicate dal punto di vista umano e psicologico, servono persone attrezzate allo scopo. Per essere all’altezza, le volontarie, periodicamente, seguono corsi di formazione e aggiornamento o attraverso la Caritas o anche invitando in sede esperti capaci di ridare freschezza a un compito che deve saper stare al passo dei cambiamenti che avvengono nella società e nelle persone.

Interessante infine è capire come i volontari lavorano assieme e come assumono le loro decisioni.

«Va detto che le decisioni sono prese dalle volontarie in piena autonomia – racconta Augusta -. Per fare questo, tutti i martedì ci incontriamo per l’incontro d’equipè e trattiamo i singoli casi. Prepariamo un verbale, accessibile a tutte, e assumiamo le decisioni del caso che, piacciano o meno, vanno fatte rispettare. Da tutte».

Insomma, dove meno te l’aspetti, ecco risorgere la riedizione del centralismo democratico. Questa volta in chiave pastorale.

In apertura, Augusta, Antonietta, Franca e Donatella, volontarie al Centro di Ascolto di Melegnano davanti alla sede di via Dante Alighieri

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