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La meglio gioventù e il disagio sociale. Possibili rimedi per ridare un futuro al Paese (2^ parte)

di Giovanna Carrara

La meglio gioventù italiana, quella che studia e vuole lavorare, si trova come abbiamo visto a fare i conti con un lavoro schiavo. Diciamola questa parola aspra, perché non è altrimenti qualificabile un lavoro che non ha limiti definiti di tempo, non ha diritti riconosciuti e in alcuni casi (stagisti e “volontari”) non viene neppure pagato.

Sì, perché la nostra Maria, che, lo ricordiamo, prende poco più di 5 euro l’ora, si trova a competere con altri operatori senza alcuna formazione specifica che svolgono il suo stesso lavoro in regime di “volontariato”.

Il Belpaese, che ha la sua ricchezza più esclusiva e peculiare nell’eccezionale patrimonio artistico, si propone dunque di metterlo a frutto a un costo tendente progressivamente a zero. Come se i Paesi petroliferi rifiutassero di dotarsi delle performanti tecnologie estrattive di ultima generazione in quanto troppo costose.

Il moltiplicarsi con il jobs act dei contratti di lavoro “legali” (sono attualmente quasi mille e riguardano a volte un numero estremamente esiguo di persone) ha reso vulnerabili i lavoratori mettendoli in competizione con gruppi sociali ancora più fragili, obbligati per sopravvivere ad accettare condizioni sempre più misere.

La disattenzione della politica verso questo fenomeno che riguarda cinque milioni di lavoratori ha determinato negli ultimi 30 anni in Italia, unico tra i Paesi Ue, la diminuzione dei salari del 2,9% (dati Ocse).

Persino in Grecia, che ha subìto un pesante default nel 1999, i salari sono cresciuti in questo arco di tempo del 30%; in Francia del 31,1% e in Germania del 33,7 %, partendo da livelli retributivi ben più brillanti dei nostri.

Quando poi la nostra Maria riceve la sua prima busta paga e prende atto che i famosi 5 euro/all’ora non sono netti, ma lordi, perché una quota se ne va in tasse e un’altra in oneri sociali, è presa da un moto di sconforto e di rabbia nei confronti di Inps e dei pensionati che le appaiono dei privilegiati o magari degli sfruttatori, mantenuti dal suo malpagato lavoro.

Ci chiediamo con quali occhiali distorti i politici guardino la realtà attuale di 5 milioni di lavoratori e la prospettiva futura dell’intero popolo-nazione.

In queste vulnerabili condizioni quale giovane si può permettere di programmare una famiglia e di mettere risorse a disposizione di una nuova persona, di un figlio?

E infatti l’indice di natalità in Italia è tra i più bassi in Europa e la popolazione in decremento.

Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat, prevede tra il 2020 e il 2040 il pauroso decremento di 4 milioni di popolazione, che determinerebbe una diminuzione del Pil del 6,9%.

Quando la Francia, negli Anni ‘60, si trovò davanti ad un’analoga prospettiva, corse rapidamente ai ripari con robuste politiche della famiglia, comprendenti rilevanti investimenti sociali e provvedimenti fiscali quali l’introduzione del quoziente familiare, e inaugurò politiche favorevoli all’immigrazione. Riuscì così a invertire la tendenza e passare dai 43 milioni di cittadini degli Anni ‘60 agli oltre 53 milioni attuali.

Se una classe imprenditoriale, salvo rare eccezioni, miope e provinciale si riduce a fare profitto comprimendo i salari e i diritti dei lavoratori, che dire dei politici “illuminati” che attribuiscono alla responsabilità delle donne la denatalità (le lavoratrici in carriera dimenticherebbero i tempi del loro orologio biologico)?

Asili nido a prezzi accessibili o gratuiti, quoziente familiare fiscale, congedi familiari congrui e non risibili, estesi ad entrambe i coniugi, politiche della casa, politiche per un’immigrazione governata, ma soprattutto salario minimo come in tutti gli altri Paesi europei, e vedrete “cari” politici che le famiglie riprenderebbero a formarsi, il lavoro dignitoso a crescere, il Pil a correre, la nazione a vivere secondo un respiro dilatato e giovane. Altro che orologi biologici!

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