Written by 04:48 Melegnano, news

Parco delle Noci. La favola triste di un bosco che non c’è più

di Serena De Matteis

Ognuno di noi ha uno scrigno di ricordi preziosi, cui attingere nei momenti bui: nel mio, c’è il ricordo di una sera d’estate di pochi anni fa, credo fosse il 2019.

Attesa la sera un gruppo di cittadini, prevalentemente famiglie con bambini, si raduna all’entrata del Parco delle Noci. Veniamo accolti da una guida del WWF che ci fa mettere in cerchio e ci spiega cosa dobbiamo fare e soprattutto non fare: si mantiene il silenzio, si resta sul sentiero, si spegne il cellulare o almeno si tiene in tasca. In pochi minuti i nostri occhi si abituano all’oscurità – ce ne accorgeremo soprattutto dopo, tornando alle luci artificiali – e in fila indiana ci addentriamo emozionati in quello che sembra un vero bosco. Per assistere allo scenario notturno più stupefacente che io ricordi.

Lucciole. Lucciole ovunque, a centinaia.

Non sono una bambina, proprio per niente. Negli anni ho avuto la fortuna di vedere tanti bei posti, ma resto comunque ammutolita per la sorpresa e la meraviglia. Ci sono così tante lucciole che sembra un sogno: io che ho amato Il Signore degli Anelli, penso che una magia elfica ci abbia trasportati nella foresta di Lórien.

E non sono solo le lucciole: c’è il gracidare delle rane, i versi rari di un uccello notturno, il profumo di fogliame fresco e umido nonostante la calura estiva. L’emozione e il mistero della vegetazione scura, inviolata, fuori dal sentiero che stiamo percorrendo. Una serata di magia indimenticabile, impressa nella memoria di tutta la mia famiglia.

L’anno scorso, quando il confinamento ha avuto la sua pausa estiva, ho avuto modo di entrare nel Parco delle Noci. Le seghe a motore si erano già sentite, un sottofondo sonoro terribile per chi ha scelto la propria abitazione in funzione del verde che la circonda. Potendo vedere finalmente da vicino, la sorpresa è stata orribile. Sottobosco sparito. Molta legna tagliata a terra. Tutto il bosco diradato e impoverito: prima la vista si perdeva nel verde, da far dimenticare di trovarsi alle porte di Milano, ora invece si vede oltre la recinzione fino alla strada. È chiaramente visibile il ponte della ferrovia con i suoi piloni di cemento. Fa caldo. Persone che vagano e calpestano ovunque.

Parco delle Noci; 2015 (foto, Serena De Matteis)

Ho chiesto spiegazioni, mi è stato dato un numero di telefono, ho dovuto lasciar perdere un approfondimento per mancanza di tempo, perché la pandemia ci ha fatto anche questo: ci ha tolto il tempo e il modo di essere cittadini attenti.

Quello che so, e per me vale più di mille spiegazioni, è che la scorsa estate di lucciole non se n’è vista una. Perfino gli onnipresenti conigli, che la sera si vedevano giocare sullo spiazzo erboso davanti al cancello, non si sono più visti se non sporadicamente.

Arriva il 2021, riprende la tortura delle seghe a motore. Stavolta sono decisa ad andare a fondo.

Chiedo chiarimenti e mi risponde un signore – peraltro gentilissimo – che si qualifica come membro del Wwf e responsabile dei lavori.  Stanno continuando la “pulizia”. Ne faccio presente l’inutilità e l’eccesso di zelo (chiamiamolo così, dai). Segnalo la scomparsa delle lucciole. Perfino io che sono un’ignorante so che la presenza delle lucciole, così come di un sottobosco ricco e variegato, è indicatore della salute di un ecosistema.

I recenti lavori al Parco delle Noci (foto, Serena De Matteis)

Al di là del fatto che mi riesce difficile pensare a dei volontari dotati di trattori, seghe a motore e scale telescopiche (pagate con le donazioni al Wwf? Messe a disposizione da qualcuno? Dal Comune? Solo per capire) ricevo una prima risposta che suona più o meno come “qui vengono i bambini delle scuole” e “diradiamo gli alberi presenti per fare spazio a delle specie rare che mettiamo là” e “dobbiamo anche potare per fare aria e luce”. Potare in un bosco?!

Viene rimosso un vecchio tronco caduto, con tutti i suoi funghi, il muschio, i licheni.

Come concetto di conservazione è quantomeno bizzarro.

Successivamente ricevo una spiegazione più approfondita, per la quale ringrazio. Ho la conferma che il concetto di conservazione qui non solo è bizzarro, ma totalmente da rivedere.

Non avrei niente da dire se la smettessero di chiamarle Oasi. Oasi per chi, esattamente? Forse mi sono persa qualcosa e ora vengono chiamati “Oasi” i parchetti cittadini non attrezzati. O le aree alberate con un paio di piante rare. E io che pensavo che le Oasi del Wwf fossero per la Natura.

Il Parco delle Noci dopo l’intervento (foto, Serena De Matteis)

C’è molto altro da dire. Bisognerebbe parlare dei cittadini complici dello scempio, quelli che si lamentano che gli alberi “sporcano”, che gli uccellini imbrattano, che il sottobosco variegato è “una confusione, un disordine” [cit.].

Bisognerebbe chiedersi se sia più educativo per dei bambini entrare con rispetto in un luogo fatato, per un’esperienza da ricordare per sempre, oppure osservare le forme di qualche foglia che verrà prontamente dimenticata una volta a casa. Temi che meriterebbero altri approfondimenti e che rimandano al rapporto tra uomo e natura.

Per quanto mi riguarda provo una malinconia profonda e ormai, temo, insanabile. Vivevo accanto a un pezzo di natura inviolata, un vero miracolo alle porte di Milano, e me l’hanno tolta. Ce l’hanno tolta.

Il ricordo delle lucciole diventa più prezioso. La preoccupazione aumenta: per il futuro di mio figlio, per il mio, per gli scempi che dovremo ancora vedere, non solo a Melegnano, ma su tutto il Pianeta.

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