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Pentimento e perdono. Da frate Cristoforo a Nelson Mandela fino ai giorni nostri

di Maurizio Margutti

Manzoni, nel capitolo IV dei Promessi Sposi, ci dà un bell’esempio di pentimento e perdono. La vicenda è nota.

Lodovico da Cremona, giovane rampollo di un ex mercante arricchito, uccide in duello un nobile cavaliere. Nella contesa muore anche il suo aiutante Cristoforo. Sopraffatto dal rimorso, il giovane, rifugiatosi in un convento cappuccino, matura la vocazione e diventa frate col nome di Cristoforo, spogliandosi di ogni ricchezza materiale. La sua non è una falsa conversione per evitare la vendetta, ma un vero mutamento di vita, innescato dal doloroso fatto di sangue.

Grandiosa è la scena del perdono, impetrato dallo stesso Cristoforo.

In uso negli ambienti cavallereschi, il perdono valeva come atto di umiliazione e sottomissione. La famiglia  della vittima inscena quindi un apparato spettacolare, per conferire enfasi alla cerimonia. Cristoforo riflette che ciò è giusto: in pubblico l’ho ucciso e in pubblico devo riparare. Ma poi l’atteggiamento di sincero pentimento del frate decostruisce il rituale cavalleresco e ne scardina alle fondamenta il contenuto formale: l’orgoglio e l’alterigia della famiglia vengono smontate, avviene la riconciliazione con l’abbraccio, atto di umanità, non di convenzione.

Il frate accetta solo un tozzo di pane, le altre cose non appartengono più al suo mondo.  E’ il pane del perdono, viatico spirituale di una vita che verrà spesa a favore dei poveri e degli umili. E’ quel pane che Cristoforo, nel capitolo XXXVI, lascia ai due giovani promessi come suo testamento spirituale: perdonate sempre, perdonate tutto.

Il pane del perdono e il nome Cristoforo sono il simbolo del ricordo indelebile della colpa, che non può essere occultata e dimenticata. Non se ne parli più, dice il fratello della vittima, ma il cappuccino sa che il ricordo è essenziale per mantenere viva la condanna dell’accaduto, come giudizio morale di valore universale non ristretto alla sfera personale dei protagonisti.

Lo schema è paradigmatico: cosa ci insegna questo modello?

Primo, che il perdono non è gratuito e non può essere scevro da una qualche forma di riparazione. Secondo, che quando la colpa è pubblica anche la confessione deve esserlo. Terzo, che il perdono non può essere dimenticanza, rimozione dell’atto offensivo. La memoria, il ricordo devono permanere, come ammonisce Primo Levi nei confronti di chi vuole a ogni costo dimenticare. Questi elementi valgono anche come garanzia della veridicità del percorso di riconciliazione. Come altrimenti essere certi della genuinità dei sentimenti riconciliativi di vittima e carnefice?

Oggi pentimento e perdono sono a poco prezzo. Dinnanzi ad atti offensivi, dalla minaccia via web all’omicidio, si invoca subito il pentimento da un lato e il perdono dall’altro. Si ha molte volte l’impressione di un frettoloso rito di chiusura dell’offesa.

La riconciliazione è invece un processo a volte doloroso per entrambi, ma di solito è un processo rigenerativo.

Nel 1995, per volontà di Nelson Mandela, venne istituita in Sudafrica la Commissione per la verità e la riconciliazione, con lo scopo di indagare sui crimini compiuti nel periodo dell’apartheid e promuovere la riconciliazione tra le parti, secondo il principio della non violenza. I tribunali erano pubblici, svolti anche in remoti villaggi con la presenza massiccia della popolazione. In molti casi si conclusero con l’amnistia per i colpevoli.

E’ stata un’esperienza unica: per la diffusione capillare nel Paese, la partecipazione popolare (furono ascoltate testimonianze di oltre 20 mila persone) e per la connessione con le radici culturali della tradizione, attraverso la ripresa del principio filosofico relazionale dell’ubuntu. Un’esperienza che meriterebbe di essere meglio raccontata e forse praticata anche nel nostro mondo.

In questi tribunali sudafricani gli elementi identificativi del perdono più sopra delineati ci sono tutti:  riconoscimento della colpa, confessione pubblica, riparazione, perdono, memoria.

Vi sono state critiche interne a questa esperienza, esportata poi in altri contesti, ma è indubbio che essa abbia colto notevoli risultati nella ricomposizione sociale e nella transizione verso la democrazia, in  un Paese per molti versi devastato dalla segregazione.

Forse non si coglie appieno la portata rivoluzionaria di questo primo esempio di giustizia riparativa, in una terra che poteva divenire facile preda di faide e vendette.

Ci riporta all’archetipo dell’Orestea di Eschilo, al termine della quale l’assoluzione di Oreste e la rinascita dell’Areopago quale fattore di giustizia e democrazia, pone fine alla catena di vendette iniziate con il sacrificio di Ifigenia e ancor prima con le atrocità commesse da Atreo, sancendo il passaggio dalla faida alla legge, dalla struttura tribale all’istituzione statuale.

II parallelo non sembri peregrino. Si pensi al documentario di Pasolini Appunti per un’Orestiade africana, dove il regista rivisita in chiave contemporanea la tragica vicenda proprio in terra d’Africa, teatro della difficile nascita delle nazioni dopo l’indipendenza dal colonialismo.

E se queste vicende appaiono relegate al passato o in luoghi lontani, basti vedere il film  Anime nere di Francesco Munzi, che mostra come permanga ancor oggi, senza alcuna ricomposizione,  la guerra tra i clan familiari e la reciproca vendetta omicida.

Nulla di paragonabile all’esperienza sudafricana è avvenuto in Italia, anche se il Paese è stato attraversato negli ultimi cento da eventi tragici: dittatura, guerre, deportazioni, terrorismo, stragi, criminalità.

Dopo la seconda guerra mondiale, l’amnistia varata nel 1946 aveva come scopo la pacificazione nazionale, ma non conteneva nessuna caratteristica propria dei percorsi di perdono, riparazione e riconciliazione, primo fra tutti l’elaborazione di una riflessione sul passato, vale a dire “fare i conti con la storia”.

Quanto poi alla memoria, si è preferito per anni l’oblio al ricordo, in nome di un presunto superamento dei momenti tragici, oblio che è sfociato a volte nella rimozione o nel rifiuto degli eventi, come sanno bene i reduci dei campi di sterminio.

In tempi recenti è invece rimarchevole l’esperienza proposta e attuata a partire dal 2008 dal gesuita Guido Bertagna che, in collaborazione con la giurista Claudia Mazzuccato e il criminologo Adolfo Ceretti, ha iniziato un percorso di incontro e riconciliazione tra esponenti della lotta armata e parenti delle vittime.

L’esperienza è raccontata nel volume edito nel 2015 Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto. Nelle scritture del libro sono riconoscibili la difficoltà iniziale e lo sforzo del riavvicinamento tra posizioni e concezioni di vita apparentemente inconciliabili.

Chiaramente ispirata all’esempio sudafricano, l’esperienza italiana di giustizia riparativa costituisce un precedente lodevole e importante per la riflessione su queste e altre vicende. Rimane però a lato dei percorsi giudiziari dei tribunali, perché si tratta di un’esperienza privata, basata sulla volontà e la determinazione dei protagonisti, ancorché resa pubblica attraverso le pubblicazioni e i numerosi incontri svolti.

E in questo vi è una differenza con la Commissione sudafricana. Percorso giudiziario e percorso riconciliativo rimangono separati e paralleli.

Il primo obbligo di legge, che si conclude con una sentenza.

Il secondo volontario, che può concludersi con la riparazione e il perdono.

Non c’è stata capacità dello Stato, ma neppure della comunità civile, di   integrare questi percorsi, come hanno invece saputo fare Mandela e i sudafricani.

L‘immagine di copertina è tratta dal sito seitraining.seieditrice.com

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