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Tutta una vita in una cornice. La storia di Arturo Bettinelli, morto a Dachau

di Teresa Bettinelli

 La storia è sempre stata lì, nascosta sotto i miei occhi.

Quella vecchia foto è stata esposta in casa mia fin da quando ero bambina; ogni giorno ci passavo davanti, la osservavo e, per qualche strano motivo, ne ero affascinata, nonostante ignorassi ancora i segreti che conservava.

Era come se da quella cornice scaturisse una forza, che attirava la mia curiosità, la mia attenzione.

Solo anni dopo, l’energia emanata da quell’oggetto mi indusse ad aprirla, senza un apparente motivo – perché mai si dovrebbe aprire una cornice esposta nella propria casa dell’infanzia? – come se già sapessi che al suo interno vi avrei trovato un tesoro. E così fu.

La vecchia cornice non conteneva solo la foto esposta; sotto la superficie si celava un vero e proprio pezzo della vita e della memoria della mia famiglia: una foto di un giovane bellissimo, che assomigliava molto a mio papà Bernardo, delle lettere e un pezzetto di giornale.

Chiesi a mio padre chi fosse quel giovane e perché quei documenti fossero occultati, rendendomi conto di quanto i miei genitori fossero ancora influenzati dal clima di paura e diffidenza che la guerra aveva creato nelle famiglie di cui un membro fu deportato.

Bevvi i racconti di mio padre di quel nefasto periodo, di come vivessero i contadini e di come venissero sfruttati dai “padroni”, della polenta che si trovavano costretti a mangiare, ogni giorno; vidi le stesse vicende con gli occhi di mia madre, capendo ancora di più quanto possa essere difficile essere donna. Fu in quel momento che feci anche la conoscenza dello zio Arturo, attraverso le narrazioni di mio padre.

Arturo Bettinelli, mio zio, nasce l’8 maggio del 1915, a Cremosano, un piccolo paese nella provincia di Cremona; frequenta la scuola fino alla quarta elementare e, come tutta la sua famiglia, lavora come contadino per l’agricoltore Francesco Barbaglio.

 

È il primo di sette fratelli e, come tanti giovani uomini a quei tempi, all’età di 29 anni si trova a ricoprire il ruolo di capo famiglia e a doversi prendere cura di tutti i suoi fratelli e sorelle, a seguito della perdita dei genitori, Bettinelli Giuseppe e Ghilardi Teresa.

 

Durante una giornata di lavoro nei campi, Arturo subisce un incidente che lo renderà zoppo per tutto il resto della sua vita. Forse, proprio a causa di quel carro che gli ha schiacciato un tallone, mio zio non risulterà idoneo a fare il soldato e verrà dispensato dal prendere le armi.

Il 25 settembre 1944, su ordine di Barbaglio, Arturo parte da Corte Palasio – paese in provincia di Lodi dove risiedeva – con il compito di recarsi a Genova per consegnare un documento al figlio del “padrone”, che in quel momento stava svolgendo il servizio militare.

Mio papà racconta che i fratelli Bettinelli si sono domandati perché Barbaglio abbia voluto che la lettera fosse consegnata di persona invece che spedirla, ma, nonostante i dubbi, Arturo non ha potuto sottrarsi all’onere affidatogli dal padrone e parte per la Liguria.

Durante il suo viaggio, probabilmente viene perquisito dai soldati nazi-fascisti e gli viene trovato addosso il documento che aveva l’incarico di consegnare; in men che non si dica viene caricato su un’autocorriera e poi su un treno diretto al lager di Bolzano.

Nonostante la paura, il primo pensiero di Arturo è quello di cercare di avvertire i fratelli della sua improvvisa partenza. Su un pezzetto di giornale, che lancerà dal finestrino del treno, scrive poche informazioni essenziali per far sì che la sua famiglia abbia la notizia: «Alla famiglia Bettinelli Lodi per Corte Palasio cascina Ronchi provincia di Milano / per avvertire che Arturo va in Germania».

 

Il ritaglio verrà ritrovato da una signora residente a Milano, in via Malpighi 3, Ada Ressi Nato, che, per solidarietà, lo recapiterà alla mia famiglia, allegando anche una lettera in cui afferma di non avere altre informazioni e nella quale si dimostra partecipe del dolore della famiglia.

Arturo arriva così al lager di Bolzano: da quel momento non sarà più Arturo Bettinelli ma la matricola 4531 – Blocco H.

Il 29 settembre 1944, dopo tre giorni dal suo arrivo a Bolzano, Arturo scrive una lettera ai parenti, in cui li rassicura affermando di stare bene, ma soprattutto nella quale si raccomanda di mantenere sempre l’armonia in famiglia, non trascurando, ancora una volta, il ruolo di capo famiglia che ricopriva.

 

Inoltre, Arturo consiglia alla sorella di rivolgersi al padrone Francesco Barbaglio per fare in modo che egli provveda a lui, con modesti beni di uso quotidiano e piccole somme di denaro per sopravvivere nel campo, e alla sua famiglia, augurandosi che egli «avrà cura di [lui] e delle sofferenze avute a causa della commissione per suo figlio».

L’anno dopo, la famiglia Bettinelli si rivolge al Comitato di Liberazione Nazionale di Corte Palasio al fine di richiedere un risarcimento all’agricoltore Barbaglio per il danno subìto a seguito dell’incarico affidato ad Arturo.

Il 27 giugno 1945 la famiglia riceve la comunicazione dalla Camera del Lavoro di Lodi che Barbaglio ha negato tale richiesta: il segretario del Comitato di Liberazione Nazionale, Telesfore Bonaretti, si duole «della mancata sensibilità patriottica del sullodato Signore» e la famiglia non riceverà nessun risarcimento.

Queste sono le poche notizie che riuscii a raccogliere dai racconti di mio papà e dai documenti ritrovati nella cornice. La mia famiglia non avrà più notizie sicure di Arturo per 77 anni.

Nel 2020, durante i mesi di lockdown, ho sentito l’esigenza di mettere a frutto il tempo che ho dovuto passare in casa e ho deciso di ricostruire l’albero genealogico della mia famiglia. La vicenda di Arturo non poteva far altro che reimporsi con tutta la sua forza e il suo mistero alla mia attenzione e così mi sono rivolta al comune di Bolzano, primo campo in cui è stato detenuto, per cercare di avere maggiori notizie sulla sorte dello zio Arturo.

Nel 2021 quello che di materiale rimane di Arturo Bettinelli – oltre ai preziosi documenti da me conservati e ora donati al museo del Lager di Bolzano – sono un nome e un numero scritti nell’archivio “I deportati italiani nei campi di sterminio: 1943-1945”:

Bettinelli Arturo n.113204 (Cremosano 8-5-191 – Dachau 23-2-1945)

Dopo tanti anni, penso che, forse, l’energia che scaturiva da quella cornice e che mi ha portato a voler approfondire la storia di Arturo, possa essere stata la necessità che hanno tutte le famiglie vittime del nazi-fascismo di uscire allo scoperto, di far conoscere la propria storia, importantissima – per quanto lacunosa e priva di dettagli – insomma, di trovare un riscatto attraverso il ricordo.

Mi piace scherzare ogni tanto, sul fatto che la storia di Arturo mi sia entrata talmente dentro da fare un figlio uguale a lui!

La vita dello zio Arturo è uscita finalmente dalla sua vecchia cornice e la sua memoria vive nelle generazioni che sono venute dopo di lui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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