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Urbanistica locale. Dal quartiere Giardino alla Tamini. Serve un cambio di paradigma

di Pietro Mezzi

Capita raramente di discutere, anche nelle sedi deputate (penso al consiglio comunale), di politica urbanistica locale.  Alle volte se ne accenna nelle pagine dei social locali, ma in quelle sedi, il più delle volte, il confronto risulta viziato dalla natura dello strumento e dalla partigianeria. Difficilmente si riesce a impostare un confronto basato sulla conoscenza della storia recente di Melegnano e sulle scelte urbanistiche che hanno assecondato e guidato il suo sviluppo.

Mettere a fuoco i tratti salienti dello sviluppo urbano della città, dalla metà degli anni Sessanta a oggi, vuole anche dire ripercorrere la storia socio-economica della nostra comunità.

Com’è noto, i Sessanta sono stati anni all’insegna del disordine urbano da un lato e della speculazione edilizia dall’altro, che possiamo rintracciare nella formazione del quartiere Giardino. Per capirci: volumetrie esasperate, assenza di standard pubblici (verde, strade e parcheggi in particolare), città ultra edificata, scarsa vivibilità. Erano gli anni del boom economico, della migrazione di popolazione dal sud al nord del Paese, di abbandono della campagna (fenomeno contenuto, ma presente anche qui), di un’economia basata sull’industria.

Via delle Rose, quartiere Giardino (fotografia di © Adriano Carafòli)

In quegli anni, dopo la chiusura della Chimica Saronio (1963), a Melegnano erano ancora attive Monti & Martini (chiusa tra la fine degli anni Settanta e primi Ottanta), Ila Pedretti (chiusa nei primi anni Ottanta), Broggi Izar (fine dell’attività produttiva nei primi anni Novanta) e Tamini (che, di fatto, ha cessato l’attività un paio d’anni fa).

Il linificio-canapificio Broggi-Izar in un disegno dell’epoca (fotografia di © Adriano Carafòli)

Lo sviluppo urbano, quello principale e più importante, si è concentrato a sud del Comune (Giardino) e successivamente a ovest (Cipes).

Via dei Pini, quartiere Giardino (fotografia di © Adriano Carafòli)

In quest’ultimo caso, si è trattato di un intervento edilizio (primi anni Settanta) meno intensivo, con più presenza di verde (privato e condominiale) e residenze destinate a una fascia di reddito medio-alta. Un insediamento, il Cipes, totalmente privo di attenzione agli aspetti ambientali (le aree, non bonificate, su cui oggi sorge il quartiere sono state purtroppo interessate dal deposito dei fanghi inquinanti dell’ex Chimica).

La vera svolta nelle politiche urbanistiche comunali è avvenuta a seguito della chiusura progressiva dei complessi industriali. Ciò è avvenuto con un approccio intelligente, frutto dell’affermazione di una cultura urbanistica che, all’epoca, individuava nel recupero delle aree produttive dismesse il fulcro delle politiche urbane.

Sulla sinistra della cartolina, il complesso industriale dell’Ila-Pedretti (fotografia di © Adriano Carafòli)

Detto in altri termini, le diverse amministrazioni comunali che dalla metà degli anni Ottanta e fino ai primi anni Duemila (di sinistra, di centrosinistra, di sinistra ambientalista), dal punto di vista urbanistico hanno scelto di operare prioritariamente sul riuso delle aree industriali dismesse; nell’ordine Monti & Martini, Ila Pedretti, Broggi Izar.

La palazzina uffici dell’ex Monti & Martini in via Martiri della Libertà, fino ad alcuni anni fa sede distaccata dell’Inps, oggi di proprietà del Comune e abbandonata da diverso tempo (fotografia di © Adriano Carafòli)

Si è trattata di una politica urbanistica lungimirante, che faceva allora i conti con il declino della città industriale. Questo risultato va affermato indipendentemente dagli esiti progettuali e dalla valutazione circa la qualità della produzione edilizia che ha sostituito i vecchi capannoni e le ciminiere di un tempo. Si può discutere della qualità complessiva degli insediamenti residenziali realizzati, ma il giudizio generale non può prescindere dalle scelte urbanistiche che li ha generati.

Politiche urbanistiche che intendevano risolvere problemi non indifferenti: abbandono delle aree dismesse, declino economico e calo demografico della città (nel 1971 Melegnano contava 19mila residenti, nel 1996 se ne contavano meno di 16mila).

La trasformazione delle are industriali, prevalentemente con nuova residenza, ha voluto dire contrastare l’impoverimento complessivo della città e procedere al progressivo ringiovanimento della popolazione insediata. Ha voluto dire invertire la politica di migrazione da Melegnano ai comuni vicini e il ritorno dei melegnanesi usciti anni prima alla ricerca della casa in proprietà fuori dai confini comunali. Ha voluto dire una cosa oggi molto ambientalista: non consumare nuovo suolo e privilegiare il riutilizzo delle aree già urbanizzate. Dalla metà degli Ottanta è iniziato un percorso importante che ha arrestato il declino della città senza costruire nuovi mostri urbani, come il Giardino.

Altro caposaldo della recente politica urbanistica comunale è consistito dall’imponente azione di recupero del patrimonio edilizio esistente: dalla metà degli anni Novanta e per un decennio circa si è assistito a un vero e proprio boom dei piani di recupero. Una politica, anche in questo caso, che puntava al recupero della città esistente e al contenimento al minimo delle espansioni edilizie.

Anche all’inizio del secondo decennio degli anni Duemila (2011) abbiamo assistito, con un’amministrazione di destra, a qualcosa di simile con il recupero e la riqualificazione dell’area dell’ex Enel. Va però detto, in questo caso, che gli indici edificatori sono stati ultra generosi nei confronti del privato: 33mila metri cubi di nuova volumetria su un’area di poco meno 9mila metri quadrati, senza la realizzazione di grandi opere di urbanizzazione e cessione di standard urbanistici.

In alto, l’area dell’ex Enel vista da via Pio IV; sopra, il nuovo complesso residenziale sorto pochi anni fa (fotografia di © Adriano Carafòli)

Il corso regressivo delle politiche urbanistiche si è registrato a partire dal 2012-2013, con il primo Piano di governo del territorio. Quel piano, realizzato dall’amministrazione di destra (Lega e Popolo delle Libertà), ha previsto una nuova e imponente trasformazione urbanistica (che in termini di superficie equivale alla costruzione del quartiere Giardino). Stiamo parlando di 400mila metri quadrati di nuova edificazione prevista dal Pgt nella zona Ovest (area Bertarella e San Carlo) per ospitare insediamenti produttivi, commerciali e di logistica. Una scelta scellerata, operata in epoca in cui il tema del contrasto al consumo di suolo è diventato centrale nelle politiche urbanistiche europee, nazionali regionali e locali; una scelta riconfermata nella prima variante al Pgt dell’inizio del 2017.

Una scelta ingiustificata, sostenuta unicamente nel credo dello sviluppo illimitato, della scarsa importanza del suolo libero e agricolo, dell’idea della città infinita.

Una scelta scellerata compiuta da una giunta di destra, purtroppo non smentita, nei fatti, dall’amministrazione comunale attualmente in carica (PD + Civica), che nulla ha fatto per distinguersi da quella che l’ha preceduta e fermare un altro scempio urbanistico.

Una dimostrazione concreta che destra e centro perseguono, nei fatti, gli stessi anacronistici obiettivi di sviluppo urbano: crescita illimitata, consumo di suolo, insediamenti banali; incuranti dei messaggi che da più parti provengono e che propongono salvaguardia delle aree libere e del suolo agricolo, lotta ai cambiamenti climatici, recupero dell’esistente e delle aree industriali e commerciali dismesse.

Ora, sul tavolo della politica (e della società civile), c’è un altro tema urbanistico importante che viste le premesse rischia di essere affrontato con lo sguardo rivolto al passato. Ed è l’intervento di trasformazione dell’ex area industriale dismessa Tamini Trasformatori. Una grande azienda, conosciuta nel mondo, che in pochi anni è stata sacrificata dai nuovi proprietari (Terna) sull’altare della razionalizzazione produttiva.

Sul futuro di quell’area si deve aprire da subito un confronto ampio che coinvolga tutta la città e non solo – come giustamente deve essere – il quartiere interessato (Montorfano). Un confronto non banale e non scontato, che deve provare a fare i conti con le sfide contemporanee, tra queste la ricucitura urbana, il verde di quartiere, una nuova viabilità, la vivibilità di alcuni insediamenti popolari esistenti, la riduzione delle volumetrie esistenti.

Insomma, il futuro dell’ex Tamini può essere un’occasione per sperimentare nuove strade e cambiare, come si usa dire oggi, il paradigma.

In apertura uno scorcio del quartiere Broggi da via Meda (fotografia di © Adriano Carafòli)

 

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