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Il Centro Chimico Militare (ex Saronio): una ferita ancora aperta

di Elisa Barchetta

Costruito nel 1943 da Piero Saronio su un’area di 45mila metri quadri, il Centro chimico militare (Ccm) di Riozzo, in comune di Cerro al Lambro, era interconnesso all’ex Industria Chimica Saronio di Melegnano.

Il sito ha un’unica strada di accesso, che si conclude con un monumentale acquedotto. Quest’ultimo riprende l’Arco dei Fileni che Italo Balbo fece costruire in Libia nel 1937 come simbolo della conquista bellica del fascismo. L’Arco dei Fileni fu poi demolito da Gheddafi nel 1973 in quanto simbolo del colonialismo italiano.

L’acquedotto del Ccm di Riozzo rimane l’unico esempio di architettura fascista sul territorio, oltre ad essere elemento caratteristico della fabbrica, tanto da essere tutelato, insieme alla panoramica via d’accesso, da vincoli paesaggistici.

Il simboli dell’ex Centro chimico militare (ex Saronio) di Riozzo dismessi da decenni (fotografia di © Adriano Carafòli)

La produzione di gas bellici

Il Ccm è stato da subito identificato come stabilimento destinato alla produzione di armi e aggressivi chimici e acquisito dal Demanio Militare.

Ciò che vi veniva prodotto non è ancora del tutto certo, perché coperto per anni da segreto militare. A Riozzo erano presenti macchinari per la lavorazione del cloro, uno degli elementi base per la produzione di gas bellici, come confermato anche dalle analisi condotte sull’area, presentate pubblicamente nel dicembre 2018, che hanno evidenziato una zona in cui veniva prodotto “cloro soda”.

Si ritiene però che nello stabilimento venissero prodotti anche gas nebbiogeno e oleum (una miscela di triossido di zolfo in acido solforico, chiamato acido solforico fumante). Prima della fine della guerra, però, i tedeschi bloccarono l’attività del Ccm, che rimase quindi inattivo e vuoto.

Fino al 1985 la direzione del Genio Militare aveva escluso per l’area un uso diverso da quello esclusivamente militare e, secondo quanto dichiarato dal Demanio, «il sito è stato utilizzato, poi, fino al 1992 solo per addestramenti e poligono di tiro».

Da quell’anno il sito smette di essere utilizzato anche come campo d’addestramento per l’Esercito.

L’indagine epidemiologica dell’Asl Milano 2

Facendo un balzo in avanti negli anni, si arriva al 2008, quando Edoardo Bai, medico responsabile della Medicina del Lavoro dell’Asl Milano 2, pubblica una ricerca epidemiologica sui cittadini che vivevano attorno agli stabilimenti della Chimica Saronio a Melegnano e a Cerro al Lambro.

Edoardo Bai, già medico dell’Asl Milano 2 e oggi componente del Comitato scientifico di Legambiente (fonte, ilpiccolo.it)

Le indagini riguardavano i casi di tumori alla vescica e di leucemie causate dalle ammine aromatiche e dal benzene e furono effettuate sui dati disponibili dal 2000 al 2006. I valori registrati per le aree dei due Comuni furono di circa due volte superiori alla media regionale e la frequenza di tumori alla vescica è risultò doppia rispetto agli altri comuni dell’Asl, come riportato nel documento del Dipartimento di Prevenzione dell’Asl Milano 2.

Tuttavia, le analisi sull’area del Ccm furono limitate, perché all’epoca l’area era ancora una zona militare.

Bai segnalò anche la necessità di svolgere controlli epidemiologici più approfonditi, anche sui residenti a Riozzo, ma ad oggi non risultano altre analisi del genere.

L’iniziativa del comune di Cerro al Lambro

Considerata la disponibilità del ministero della Difesa e le norme del federalismo demaniale, il comune di Cerro al Lambro fece richiesta di acquisire l’area a titolo gratuito, previa la possibilità di effettuare le necessarie verifiche ambientali. Solo nel gennaio del 2012 i rappresentanti degli enti coinvolti hanno avuto la possibilità di accedere al sito, accompagnati dai rappresentanti del Comando militare. Durante il sopralluogo venne constatato lo stato di abbandono degli edifici.

In previsione dell’acquisizione, il Comune affidò a una società di consulenza l’incarico di redigere un piano di caratterizzazione sulle aree esterne agli stabili. Lo studio, effettuato nel 2017, seguì il “Protocollo Saronio”, vale a dire la procedura analitica predisposta dall’Arpa Lombardia per le aree dell’ex Chimica Saronio, ed evidenziò superamenti delle concentrazioni di soglia di contaminazione (Csc) di Mercurio e Arsenico per la destinazione commerciale-industriale e di Idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) e Policlorobifenili (Pcb) per la destinazione verde residenziale.

Nel Pgt del comune di cerro il Ccm è identificato come «ambito di trasformazione a vocazione residenziale».

L’iniziativa del ministero della Difesa

Nel settembre del 2017, durante il tavolo tecnico convocato in Regione Lombardia, come si legge dal verbale, i rappresentanti dello stato maggiore dell’Esercito «hanno illustrato la vocazione del sito definendola “area addestrativa al combattimento negli abitati” e hanno affermato che durante il periodo bellico è stata utilizzata dal ministero della Guerra quale sito per la produzione anche di aggressivi chimici (difenilcloroarsina, acido formico, difosgene)».

L’indagine ambientale dei tecnici del ministero 

A partire dal maggio del 2018, a seguito di una proposta di indagine integrativa, il ministero della Difesa eseguì altre analisi, presentate nel corso di un’assemblea pubblica nel dicembre dello stesso anno.

Secondo quanto riferito in quell’occasione dall’esponente dello stato maggiore dell’esercito: «Sono stati superati i limiti delle Csc nei terreni per due elementi, Mercurio e Arsenico, mentre le falde acquifere, grazie a un probabile stato impermeabile a circa sette metri di profondità, non sono state contaminate».

Proprio per il Mercurio, Ats ha richiesto degli approfondimenti per i possibili “vapori” pericolosi per la salute: gli esiti delle analisi non hanno evidenziato “rischi di carattere sanitario per la popolazione».

Stando alla relazione tecnica dell’esercito, le sostanze ricercate sono state cinque: Mercurio, Arsenico, Nitrobenzene, Tricloroetilene e Difenilammina. L’indagine effettuata è stata un’indagine top soil (cioè sullo strato superficiale del terreno, al netto dell’eventuale vegetazione – erba – presente) sui primi due centimetri di terreno per 43 campioni.

Cartello di protesta dei cittadini di Riozzo (gennaio 2010)

In merito alle analisi si legge che «l’Esercito ha effettuato carotaggi verticali e obliqui compatibilmente con lo stato dell’area, che presentava fitta vegetazione anche difficile da estirpare ed edifici inagibili o pericolanti. L’indagine poi ha riguardato solo cinque sostanze perché abbiamo preso per buono quanto fatto dallo studio che aveva seguito per le sue analisi il Protocollo Saronio. Quindi abbiamo effettuato un approfondimento su queste sostanze perché più critiche e non di prima scoperta, per cui serviva una valutazione ulteriore. Il top soil viene utilizzato per valutare il tipo di sostanze presenti sul terreno; abbiamo effettuato un top soil esteso sullo strato più profondo ed effettuato indagini al georadar. Tutte le relazioni tecniche in merito sono state fornite al comune di Cerro al Lambro. Il resto degli approfondimenti verrà fatto nel momento in cui il Demanio darà la possibilità di abbattere le costruzioni».

A chi compete la bonifica

Per l’area del Ccm si è aperto quindi l’iter della bonifica ambientale, dovuta alla contaminazione di tipo storico associabile alle produzioni della ex Chimica Saronio, a carico del bilancio nazionale.

Per la definizione degli interventi era anche previsto un tavolo tecnico istituzionale tra ministero della Difesa, regione Lombardia e comune di Cerro al Lambro. Un aspetto in particolare riguardava la competenza sui fondi necessari per la bonifica. Dopo tre incontri in Regione tra gli enti coinvolti la situazione sembra oggi in fase di stallo.

Al termine della Conferenza dei Servizi (CdS) del 18 febbraio 2019, il sindaco Marco Sassi dichiarò che «se è vero che l’area ex Saronio rientra in un sito di interesse regionale, è pur vero che regione Lombardia ha detto chiaramente che ritiene la bonifica ambientale di competenza del ministero della Difesa, dal momento che fa riferimento a normativa specifica e dipende da quest’ultimo».

Marco Sassi, sindaco di Cerro al Lambro (7giorni.info)

Di diverso avviso era invece l’esponente dell’esercito: «Il bene potrebbe rientrare in un piano straordinario di vendite perché non più di interesse per l’amministrazione militare. Sarà dunque acquistabile solo a titolo oneroso. Inoltre, stando alle indicazioni dell’Agenzia del Demanio, sembra siano possibili le demolizioni dei ruderi non protetti da vincoli, perciò l’esercito valuterà, tramite il suo reparto Infrastrutture, i costi di demolizione e regione Lombardia pagherà per un potenziale approfondimento ambientale sulle aree che prima non erano state investigate in quanto coperte. Per quanto riguarda la bonifica ambientale, in punta di norma, dovrebbe essere una competenza dell’esercito. Occorre tuttavia tenere presente che Cerro al Lambro è un puzzle molto complesso, con molte variabili in gioco. L’esercito non è stato responsabile dell’inquinamento dal momento in cui l’area è stata ceduta al ministero della Difesa: è stato acclarato che la contaminazione è stata realizzata dall’Industria Chimica Saronio, che non è mai stata alle dipendenze dell’Esercito italiano».

Campa cavallo che l’erba cresce

Il sito visto dal fronte ovest su via dell’Artigianato (foto © Adriano Carafòli)

L’ultimo incontro del quale si ha notizia risale al 21 febbraio 2020, dal cui verbale risulta che il ministero della Difesa «ha sottolineato la complessità degli adempimenti a cui occorre far riferimento nella materia dei siti militari, strettamente connessi alle disposizioni delle leggi finanziarie e in particolare alle procedure di pianificazione finanziaria che rallentano il prosieguo delle attività di caratterizzazione richieste nella conferenza dei servizi. Il rappresentante della Difesa, nel tenere conto del futuro dell’area, nell’interesse dei cittadini, ha proposto il censimento dei beni insistenti nel compendio […] individuando quelli necessariamente da demolire, con i relativi costi, indicativamente entro 30 giorni».

Se ne deduce che le demolizioni andranno valutate caso per caso, ma la Difesa, entro un mese, avrebbe dovuto definire le destinazioni d’uso dei manufatti esistenti tenendo conto di quelli sottoposti a tutela da parte della soprintendenza e individuare quelli da mettere in sicurezza per consentire l’accesso all’area per effettuare il piano di caratterizzazione. Nel contempo, Agenzia del demanio e comune di Cerro al Lambro avrebbero dovuto valutare lo stato di consistenza degli immobili.

A oggi, tuttavia, non risultano documenti relativi a tali attività, né è stata fissata una data per iniziare i lavori di rimozione della vegetazione, che nel frattempo è ricresciuta.

In apertura, fotografia © Adriano Carafòli

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