Written by 06:23 Cultura

C’erano una volta…i gamber pescaa in del lamber

di Roberto Silvestri

C’era una volta…la chiacchiera da bar, fenomeno limitato nello spazio e nel tempo, legato come era alla fisicità del luogo e alla presenza di interlocutori, gli altri avventori del bar, che svolgevano una importante funzione, quella di obiettare, sfottere, ridimensionare.

Oggi, questo spazio e questo tempo si sono dilatati e la chiacchiera da bar è dilagata nelle nostre vite. I nuovi bar sono le luci dei telefonini, luoghi in cui ci si perde a chiacchierare, pardon… a chattare (non più quindi chiacchiericcio da bar ma cosa che si presume e si percepisce essere più nobile e colta) diffondendo perle di saggezza sugli argomenti più disparati. E queste perle sono sempre accettate da chi le riceve in dono perché, oggi, ai tavoli di questo bar virtuale siedono solo persone che hai scelto e che la pensano come te. Non serve più sapere le cose, studiare; qualcuno pronto a sostenere che la terra è piatta o che è in atto un complotto antidemocratico contro Trump lo si trova sempre.

Cosa c’entra questo con i gamberi del Lambro, vi starete chiedendo.

C’entra. Quando si parla di cose che non si conoscono, quando si semplifica senza aver prima compreso la complessità, si possono fare solo disastri. È il caso di alcune dichiarazioni di un politico che, per criticare la politica dell’Unione Europea, indicava tra le follie burocratiche europee, il limite delle dimensioni di cozze e vongole che è possibile pescare, limite legato alla maturità sessuale di questi molluschi e alla necessità di garantirne il ripopolamento. Ora nessuna persona di buon senso può pensare che dobbiamo fregarcene dello spopolamento dei nostri mari, che sia cosa utile e proficua pescare animali prima che abbiano completato il ciclo riproduttivo, che per combattere presunte follie burocratiche europee sia giusto il saccheggio delle risorse ittiche. Ma di persone avide e prive di buon senso è pieno il mondo e un messaggio come questo trova sempre orecchie pronte ad ascoltarlo e mani leste a tirare in barca le reti, costi quel che costi.

I nostri mari si spopolano. Avidità e mancanza di conoscenza stanno distruggendo la biodiversità nei mari. La pesca industriale saccheggia le nostre acque. È fatta con navi di grandi dimensioni, le navi fattoria, industrie naviganti che occupano fino a 400 persone, usano strumenti sofisticati per individuare i banchi di pesce e pescano tutto quanto si muove, ovviamente anche le specie a rischio; quel che non serve per l’alimentazione umana servirà per nutrire gli animali, altrimenti lo si ributta, morto, in mare.

Nave fattoria – © Cbenjasuwan, da Shutterstock

Ricorda Karmenu Vella, Commissario europeo per l’ambiente, gli affari marittimi e la pesca fino al 2019, «il 75 per cento delle risorse marine viene catturato dal 20 per cento delle grosse navi da pesca industriale, mentre all’80 per cento dei piccoli pescatori non rimane che il residuo, cioè il 25 per cento dei pesci». Il solito, noto principio di una economia perversa che dà molto a pochi e ai molti lascia solo le briciole.

Intere specie sono a rischio proprio nelle zone in cui erano abbondanti: il merluzzo in Canada ridotto al 10% della media storica, quasi scomparse le sardine in California e in Giappone, in pericolo le aringhe del Mare del Nord, azzerato il pescato della Namibia. In casa nostra sono in sofferenza acciughe, triglie, gamberi e pesce spada. Le catture di naselli sono ormai ridotte alla metà, conseguenza di una pesca che supera di cinque volte i limiti di sostenibilità. In tutto il Mediterraneo la situazione è pesante: la pesca è diminuita di oltre il 20% in otto anni e il 93% degli stock ittici sono sovra sfruttati,

Pratiche di pesca non sostenibili o illegali, come la pesca a strascico che distrugge gli ecosistemi di fondo, l’arrivo di varietà alloctone, l’inquinamento delle nostre acque e l’invasione della plastica (ne abbiamo parlato qui) sono altre tessere di questo osceno mosaico.

La pescosità delle nostre acque è ormai storia del passato, una fiaba da raccontare ai nostri nipoti. Noi melegnanesi ne sappiamo qualcosa: L’è quell di gamber pescaa in del Lamber! era il grido dei venditori di gamberi a Milano. Il Lambro, un tempo garanzia di qualità del pescato e oggi rappresentazione del massacro che abbiamo fatto e stiamo facendo nelle nostre acque.

Pesca sostenibile: la tonnarella di Camogli – Presidio Slow Food

Un’altra risorsa alimenta la bramosia degli speculatori e anche dei criminali: la sabbia, l’elemento naturale più usato dall’uomo dopo l’acqua e l’aria. All’edilizia serve la sabbia, meglio se marina.

Distruggiamo la vita nelle nostre acque per poter poi distruggere quella sul nostro suolo.

Con la solita visione miope la politica sogna un mondo in cui sia sempre possibile far crescere il PIL saccheggiando risorse, che si pretende siano infinite, per costruire edifici, che in parte resteranno vuoti, costruiti su terreni ormai morti.

Le nostre acque muoiono. Che fare?

Verrebbe da pensare che una scelta per allentare la pressione della pesca potrebbe essere l’acquacoltura. In molti casi però si tratta di allevamenti intensivi dannosi per l’ambiente, che producono reflui fortemente inquinanti e in cui si usano si usano antibiotici e insetticidi.

Allevamenti dannosi per la biodiversità nel caso, che si verifica di frequente, di fughe.

Allevamenti dannosi per la nostra salute, dato che con le carni dei loro pesci mangiamo anche le sostanze con cui sono stati curati e i coloranti, usati per camuffare le carni biancastre riproducendo il colore di quelle delle specie selvagge.

Allevamenti che comportano distruzione di risorse, molte delle specie allevate sono carnivore e devono essere nutrite con altri pesci. Per ogni chilo che arriva sulla nostra tavola sono stati usati cinque chili trasformati in mangime. Uno spreco inaccettabile.

Di fronte a questo scenario verrebbe voglia di rinunciare al pesce e nutrirsi solo di carni di animali terrestri, ma nelle stalle a vita non è meno difficile, ne abbiamo già parlato in Di salami, caci e uova. E anche nei campi le cose non vanno molto bene. Quindi o smettiamo di nutrirci o impariamo a fare scelte consapevoli.

Noi votiamo tre volte al giorno, con le nostre scelte alimentari influenziamo le scelte dei produttori e distributori di cibo. Facciamolo.

Evitiamo di consumare le specie a rischio.

Consumiamo solo pesce “di stagione”, nel rispetto dei cicli vitali e riproduttivi delle specie;

Consumiamo pesce che proviene da acque non inquinate e il più possibile vicine a noi.

Consumiamo pesce allevato o pescato in modo sostenibile.

Consumiamo le specie neglette, i pesci meno noti ma altrettanto buoni.

Pesca illegale, la Damanzaihao, il peschereccio più grande del mondo sequestrato. Video di You Tube in inglese

Immagine di copertina: La cooperativa del Golfo – Catania. Pesca alla masculina da magghia, Presidio di Slow Food

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