Written by 04:58 Cultura

I numeri e la democrazia

di Roberto Silvestri

Il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari è alle nostre spalle. I sì hanno vinto e io non ho esultato; ho votato no sapendo che avrei perso un’altra volta.

Sono tra quelli che, memori della propria snobistica e forse un poco masochistica tendenza alla sconfitta, preferiscono rifugiarsi nella solitudine dei perdenti piuttosto che tra la folla esultante dei vincitori. Forse, in questa scelta c’entra la mia simpatia per gli ultimi che mi fa essere ultimo anche nelle competizioni.

Sul mio voto non ha influito una presunta equivalenza tra democrazia e quantità di parlamentari; non sono stato attratto dalle discussioni sui numeri che garantirebbero una rappresentatività efficace.

Pure oggi la questione dei numeri si ripropone in un’ottica nuova e spiazzante.

Non più rappresentanza parlamentare, ma democrazia diretta. È l’uno vale uno proposto come nuova forma di democrazia in chiave nazionale.

Questa idea per cui il meglio in democrazia si identifica con il tutto mi ricorda Del rigore e della scienza, un brevissimo racconto di J.L. Borges: “I Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso”.

Le generazioni seguenti – continua Borges – pensarono che questa mappa enorme fosse inutile e non senza empietà la abbandonarono alle inclemenze del sole e degli inverni.

Dal rigore della scienza al rigore della democrazia.

Un grande salto in avanti verso il passato, quando le comunità (di solito però solo i maschi capifamiglia) si riunivano per discutere e decidere cosa fare. Oggi si può evitare di ritrovarci tutti, con il distanziamento avremmo bisogno di vasti spazi, perché abbiamo la tecnologia; un clic, un voto e la democrazia è finalmente realizzata. Ma, tralasciando non secondari aspetti pratici, chi decide su cosa si dovrà votare? Come si approfondiscono i temi da sottoporre al voto? Chi dovrà farlo? Dovremo votare i nostri rappresentanti destinati ad occuparsi di questi alti compiti e lasciare poi a chi poco sa la responsabilità di stabilire che fare?

Si riproporrebbe dunque la questione della rappresentanza, che trascina con sé molti aspetti bisognosi di una messa a punto. Uno tra tutti: molto spesso gli eletti si sentono investiti da un potere immenso e non sindacabile e si dimenticano di essere rappresentati dei cittadini.

Diventano sordi ai bisogni, alle richieste e alle proteste.

Questo lo vediamo nel nostro Comune, in cui la partecipazione è rimasta solo una parola scritta tra i buoni propositi della campagna elettorale.

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