Written by 06:43 Cultura

Strange Fruit. Un brano di ieri che racconta storie dei giorni nostri

di Alessandro Arioldi

Gli alberi del sud producono uno strano frutto                    

Sangue sulle foglie e sangue alle radici

Un corpo nero che ondeggia nella brezza del sud

Uno strano frutto che pende dai pioppi

 Scena pastorale del galante sud                                                     

Gli occhi sporgenti e la bocca contorta

 Profumo di magnolia dolce e fresco

 Poi l’improvviso odore di carne bruciata         

Qui c’è un frutto che i corvi possono beccare

 Che la pioggia inzuppa che il vento sfianca

 Che il sole fa marcire che gli alberi lasciano cadere

 Qui c’è uno strano e amaro raccolto

Il testo è la traduzione dall’inglese di un brano, che nel 1939 anticipò il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti d’America, Strange Fruit, reso celebre dalla struggente interpretazione di Billie Holiday, una delle più grandi voci del jazz, che ci ha lasciato troppo presto, nel 1959, a soli 44 anni.

Il settimanale statunitense Time l’ha eletta monumento musicale del Novecento, davanti addirittura anche ad Imagine di John Lennon.

Un brano che ha una storia, diversa da quella di altri più conosciuti, che viene narrata nel libro Billie Holiday eseguirà…Strange Fruit di David Margolick, ex giornalista del New York Times.

Ci si può chiedere perché parlare oggi di questa canzone, cosa che può sembrare anacronistica, dal momento che i fatti descritti sono opera di un passato lontano, situazioni irripetibili, come dovrebbero essere superati già da tempo, in un mondo normale, tutti i razzismi, le ingiustizie sociali, le differenze di ceto e di genere ed essere riconosciuti senza distinzione alcuna, tutti i diritti civili.

Purtroppo le notizie di tutti i giorni, ci rivelano una realtà anomala, abbruttita, dove sembra non ci sia limite al peggio e si intravedono tetri presagi di un futuro distopico e raggelante.

In questi anni abbiamo dovuto assistere ad atti violenti perpetrati, soprattutto verso la popolazione nera-americana, in avversione ai quali è sorto e si è diffuso il movimento attivista internazionale Black Lives Matter, letteralmente “Le vite dei neri contano”.

Per questo mi è sorto il desiderio di riprendere questa narrazione, che forse non tutti conoscono e che può darci degli utili input nel rendere la memoria attiva, per non permettere il riaccadere ciclico degli eventi nefasti della storia passata.

Anno 1939: Billie Holiday si esibisce al Cafè Society di New York, uno dei pochissimi nightclub che permette anche alla gente di colore di entrare dalla porta principale; un posto speciale, dove si incontrano intellettuali e musicisti.

In quel seminterrato di Sheridan Square, nel Greenwich Village, che durante il proibizionismo vendeva liquori di contrabbando e dove l’orientamento politico esprimeva idee progressiste, Billie Holiday incontrò per la prima volta Abel Meeropol, che aveva insegnato inglese per 27 anni nel Bronx, conducendo nel frattempo, altre due vite parallele.

L’una come attivista politico, sorvegliato per decenni dal Fbi, dato che lui e la moglie erano comunisti non dichiarati, che donavano parte dei guadagni al partito; l’altra come scrittore, compositore e poeta, con lo pseudonimo di Lewis Allan.

Su di un tavolino del Cafè Society, Meeropol scrisse i versi di una canzone drammatica, agghiacciante, sui linciaggi dei neri negli stati del sud, Strange Fruit, dove gli “strani frutti” sono i corpi degli impiccati che penzolano dai pioppi.

Un brano di denuncia sociale, quando le battaglie per i diritti civili erano impensabili, 16 anni prima che Rosa Parks si rifiutasse di cedere il posto a un bianco su un bus in Alabama, 25 anni prima del Nobel per la pace a Martin Luther King.

Billie Holiday, che allora aveva 24 anni, aveva la voce ideale per mettere in scena i versi di Allan: una voce rotta, spezzata, fortemente evocativa, fiera e dolente; ed era un’artista di culto, che non vinceva mai i sondaggi annuali delle più celebri riviste di jazz.

Condannata ad essere una donna ai margini, bimba molestata, giovane cantante che nelle faticose tournée al Sud aveva visto davvero i corpi neri penzolare dagli alberi e non poteva neanche usare le toilette dei locali dove si esibiva.

Sarebbe stata riconosciuta come una delle più grandi voci del jazz, solo dopo la sua morte,

nonostante Frank Sinatra avesse più volte dichiarato che il suo modo di interpretare non sarebbe stato lo stesso, senza l’insegnamento anche di Billie Holiday.

«Ho scritto Strange Fruit perchè odio il linciaggio e l’ingiustizia e odio le persone che la perpetuano», disse nel 1971 Abel Meeropol.

All’inizio Billie la cantò per istinto, poi man mano ne comprese il significato poetico e non poteva più cantarla senza piangere.

La Columbia si rifiutò di fargliela incidere; per una come lei, che affrontava ogni giorno della sua esistenza come una scommessa, quella fu solo una sfida minore.

Registrò il brano per la più piccola etichetta Commodore; e immortalò il capolavoro.

Dopo l’iniziale successo, Strange Fruit cadde nel dimenticatoio.

Sidney Bechet, famoso sassofonista, clarinettista e compositore jazz, ne elaborò una versione strumentale.

Sia Billie Holiday che il folk singer Josh White, che la registrò negli anni ’40, furono attaccati e a volte perseguitati, quando cercavano di eseguirla fuori dal Cafè Society.

Le cover più credibili, dopo la versione reincisa dalla stessa Holiday negli anni ’50, sono quelle di Nina Simone e Carmen McRae.

In tempi più recenti il brano è stato ripreso da Sting, UB40, Tori Amos, Cassandra Wilson, Siouxsie and the Banshees, Dee Dee Bridgewater, Diana Ross, Robert Wyatt, John Martyn.

Nelle decadi a cavallo tra il secolo scorso e quello precedente si vedevano “Strani Frutti” oscillare dai rami dei pioppi negli stati del Sud degli United States of America.

Tra la fine del XX secolo e l’inizio del terzo Millennio, ci sono “Strani Pesci” che fluttuano tra le onde del Mediterraneo, persone costrette a fuggire da guerre e conflitti, perlopiù generati da stati ricchi per depredare le materie prime delle loro ricche terre; potenze del “civile” occidente, che si sono arrogate il diritto di estorcerne i preziosi beni, di cui loro, che dovrebbero essere i legittimi beneficiari, non possono in alcun modo disporre.

Quegli stessi stati che poi, crudelmente e vigliaccamente agiscono per disconoscerne i gravi disagi e i loro diritti fondamentali; azioni che hanno costretto, in più occasioni donne, anche incinte, bambini, anziani e ragazzi, allo stremo delle forze, implorare un aiuto che veniva cinicamente rimbalzato tra governi insensibili.

Quando poi non si è arrivati ad assistere a vere e proprie tragedie e strazio di corpi, che abbiamo dovuto vedere galleggiare nel nostro mare o essere inghiottiti nei suoi fondali; giovani vite spezzate dal nostro egoistico dispregio verso coloro, che hanno avuto il solo demerito di essere nati in un Paese che ha negato loro ogni possibilità di un’esistenza normalmente civile.

Donne, uomini, bambini: persone con la loro dignità, che rimarranno senza un nome e senza il diritto di una degna ultima dimora e di un commosso ricordo.

Non possiamo e non dobbiamo essere indifferenti davanti a tutto questo. Restiamo Umani!

Le immagini sono tratta da youtube.com

 

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