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Grinta e fragilità: la parabola troppo breve di Janis.

di Alessandro Arioldi

Cinquant’anni fa, l’11 gennaio del 1971 veniva pubblicato un album, purtroppo l’ultimo di un’artista che possiamo definire la prima donna rockstar della storia, caratterizzata dalla sua passione coraggiosa, da un suono personale che sfidava ogni definizione di genere e dal potere della sua voce, che ha influenzato molte interpreti del successivo panorama blues-rock.

Janis Joplin era una bambina bianca di una piccola città del Texas, innamorata del blues e il suo amore ha definito lo spirito libertario della scena psichedelica della San Francisco anni ’60.

Durante la sua breve carriera era cresciuta enormemente sia come cantante che come artista, anche mentre combatteva lo sciovinismo e i suoi demoni personali; dissero di lei che abbracciava la vita con una ferocia gioiosa, ma non riuscì mai a sfuggire all’oscurità.

Quando si pensa a Janis Joplin, tra le prime cose che vengono in mente c’è inevitabilmente l’iconica copertina di questo suo album in studio, con lei vestita da fricchettona seduta su una poltrona, sorridente di fronte al fotografo.

“Pearl” fu l’ultimo album di inediti di Janis, pubblicato postumo: tre mesi prima, il 4 ottobre del 1970, il corpo di colei che la critica oggi, considera all’unanimità una delle migliori interpreti bianche di blues di tutti i tempi, fu ritrovato senza vita nella stanza del Landmark Motor Hotel di Los Angeles, al 7047 di Franklin Avenue di Hollywood.

Morte accidentale causata da overdose di eroina, stabilirono i medici legali; il corpo venne cremato e le sue ceneri sparse nell’Oceano Pacifico.

Janis era cresciuta a Port Arthur, in Texas durante gli anni ’50 e ’60 e influenzata da un padre anticonformista, aveva subito abbracciato uno stile di vita beatnik, esplorando la sua bisessualità e cantando cover di Bessie Smith per gli avventori di un coffee shop.

Dopo un periodo passato a San Francisco, dove aveva fatto parte di diverse comuni, tornò in Texas all’inizio del 1966, poco prima che un suo amico, Chet Helms diventasse il manager di un nuovo gruppo rock, “Big Brother and the Holding Company”.

La band aveva bisogno di una vocalist femminile e Helm pensò a Janis, la contattò e la convinse a tornare a San Francisco.

La fusione tra la voce abrasiva della Joplin e il ruvido acid-blues della band si rivelò un successo, il gruppo divenne subito popolare in tutta la Bay Area e fu chiamato a partecipare al Monterey Pop Festival, nel giugno del 1967; una performance trionfale, bissata due anni dopo da Janis Joplin a Woodstock. questa volta come solista.

Mentre si esponeva con coraggio in una scena dominata quasi esclusivamente da uomini, Janis ha sofferto un sessismo che ora sembra quasi primitivo: i critici commentavano il suo peso e il suo aspetto ed anche alcuni suoi colleghi non furono particolarmente gentili con lei.

Arrivò così l’album d’esordio, intitolato semplicemente Big Brother and the Holding Company, seguì una serie di concerti in tutti gli Stati Uniti e l’esibizione a New York in particolare, entusiasmò la critica; il successo la convinse a lasciare la band per intraprendere la carriera solista nel 1968, subito dopo la pubblicazione del secondo album, Cheap Thrills.
Nel frattempo, la cantante texana era diventata uno dei simboli del rock al femminile e, a dispetto di un fisico non proprio da top-model, persino una sex-symbol; la sua sensualità selvaggia la rendeva infatti l’alter ego femminile di ciò che erano in quegli anni Jim Morrison o Mick Jagger.

La famiglia disprezzava il suo stile di vita hippy e la rottura del rapporto con i genitori ebbe un ruolo decisivo nel portarla verso una solitudine ancora più profonda, problemi che cercò di risolvere esagerando con la droga, l’unico modo per “sotterrare i problemi e alienarla da tutto”.

Il gruppo di musicisti con cui Janis intraprese la carriera solista si chiamava “Kozmic Blues Band” e con loro realizzò il suo primo album per la Columbia, I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama.

La sua vita era a una svolta, stanca di storie sentimentali senza futuro aveva trovato un uomo che finalmente amava e dopo le critiche alle sue ultime performance, sembrava aver deciso, finalmente di dare un taglio agli eccessi di un’esistenza inebriante ma illusoria.

All’inizio del 1970 formò, così un nuovo gruppo, la “Full-Tilt Boogie Band”, con cui diede vita a un album-prodigio come Pearl.

Janis aveva iniziato a registrare le canzoni poi incluse dalla Columbia nel disco, nel settembre del 1970 insieme ai suoi collaboratori, l’album includeva hit come la trascinante Get it while you can.

Tra i brani incisi c’era anche Cry Baby, un brano soul del ’63, che Janis interpretò in maniera decisamente più energica e grintosa, tanto che la versione più celebre oggi è proprio la sua.

Un altro brano che spicca nell’album è Me and Bobby McGee, scritta da Kris Kristofferson e Fred Foster e originariamente interpretata da Roger Miller; Gianna Nannini nel ’79 ne incise una versione in italiano per l’album “California”, Io e Bobby McGee.

Il 1° di ottobre del 1970, Janis si presentò nello studio di registrazione Sunset Sound Recorders di Los Angeles con un breve testo che aveva scritto e iniziò a cantare il brano con spontaneità, senza alcuna base, a cappella, con la sua caratteristica voce roca, graffiante ma intrisa di sentimento.

 

Così registrò Mercedes Benz, un blues monodico che parla della felicità illusoria promessa dal perseguimento di beni terreni, ma raramente ottenuta; un rifiuto degli ideali consumistici, in perfetta sintonia con l’utopia della cultura hippy.

Janis ne aveva avuto idea, sentendo canticchiare da due amici una storpiatura del testo di una canzone del poeta della Beat Generation Michael McClure ed aveva cominciato a trovare le parole del brano mentre si trovava a New York per una tournée.

Purtroppo, quella fu l’ultima volta che Janis usò la sua voce per esprimere tutto il suo tormento esistenziale, forse aveva deciso di chiudere anche con l’eroina, chissà.

Ma quella notte di ottobre spense per sempre la sua voce appassionata e straziante, che era insieme ruggine e miele, furore e tenerezza, malinconia blues e fuoco psichedelico.

Un canto unico e inimitabile in tutta la storia del rock; dopo Brian Jones e Jimi Hendrix, anche Janis Joplin prese parte al tetro ed enigmatico Club J27, che purtroppo sarà destinato ad ampliarsi.

Sul titolo dell’album, “Pearl”, c’è un aneddoto che ha per protagoniste la Joplin e Patti Smith, raccontato dalla sacerdotessa del rock nel suo libro Just kids.

Nella parte del libro ambientata nella New York del Chelsea Hotel, albergo di Manhattan noto per aver ospitato per lunghi periodi scrittori, musicisti e poeti, Patti Smith racconta di una notte trascorsa in compagnia di Janis, quando dopo una festa fu lasciata sola dal ragazzo con cui stava.

“Janis era molto amareggiata e singhiozzava sulla spalla di Bobby, che mi chiese di portarla al            Chelsea e di tenerla d’occhio.

Io riportai Janis in camera sua e le feci compagnia mentre si lagnava della malasorte.

Prima di andarmene le dissi di aver scritto una canzone per lei e gliela cantai.

Janis disse: ‘Quella sono io, amica. È la mia canzone’.

Quando feci per andarmene si guardò allo specchio e sistemò i boa di piume.

‘Come ti sembro amica?’

‘Una perla’, le risposi. ‘Una perla di ragazza'”.

Ci resta la sua coraggiosa e amabile esibizione sul palco di Woodstock, nonostante non rimase affatto soddisfatta della sua performance, dal momento che, per ragioni contrattuali, fu costretta ad una lunga attesa prima di poter cantare ed in preda all’ansia non riuscì a trattenersi dall’abusare di alcol e droga.

Ma persino una serata no di Janis poteva essere incredibile.

E non possiamo dimenticare la sua intensa interpretazione, una “cover acida” tra le innumerevoli versioni pubblicate nel corso del Novecento, di Summertime, un’aria composta da George Gershwin per l’opera Porgy and Bess del 1935.

Alcune settimane prima di morire, aveva acquistato la lapide della tomba di Bessie Smith, la sua grande musa ispiratrice ed il destino ha voluto che anche il suo ultimo brano si rivelasse una macabra profezia: Buried alive in the blues, sepolta viva nel blues.

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